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Archive for gennaio 2019

a cura di Emilio Zamboni
traduzione di Gianfranco Morgoni.

Il giorno 12 novembre 2018 è morto Emilio Zamboni, nostro collaboratore ed amico. Avevamo preso l’impegno di pubblicare alcuni suoi lavori di ricerca storica. Questo sulla compagnia di Gesù e i suoi seguaci in Argentina è il primo articolo.

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Papa Francesco

Nel 2014 si sono compiuti 25 anni dalla fondazione, 28 agosto 1989, della Giunta di Studi Storici dei Rioni Chacarita e Colegiales di Buenos Aires. Ricordando il nostro primo presidente, il Professor Diego A. del Pino, e il suo fervente impegno per investigare e diffondere le origini dei due Rioni, ci soffermeremo oggi sui Padri Gesuiti, membri della Compagnia di Gesù, dato che la storia di questi rioni si sviluppò intorno agli edifici da loro costruiti nella chacra o chacarita (fattoria) che essi fondarono.

I seguaci della Compagnia di Gesù giunsero dalla Spagna nell’anno 1608, il 16 di dicembre, e, secondo quanto disposto dall’Assemblea nelle sessioni tenute nei giorni 6 ed 8 dello stesso mese, il governatore Hernando Arias de Saavedra (Hernandarias) fece loro dono di due terreni: uno a due leghe dalla città (10 km circa), l’attuale Chacarita, e l’altro nel villaggio di Las Conchas, oggi Capilla del Señor.

Qui coltivavano grano, mais, alberi da frutto, e allevavano bestiame ed animali da cortile. Questi terreni, oltre ai benefici materiali che producevano, permettevano loro di provvedere all’alimentazione dei sacerdoti e degli allievi del Collegio Massimo di S. Ignazio, da loro fondato, che è il predecessore dell’odierno Collegio Nazionale di Buenos Aires.

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SAnt’Ignazio di Loyola

A partire da questi primi terreni, i Padri Gesuiti accrebbero nel tempo i loro possedimenti, attraverso acquisti e donazioni, arrivando ad una proprietà complessiva di 2700 ettari, cui fu dato il nome di Chacra o Chacarita dei Padri della Compagnia di Gesù. Chacarita è un diminutivo del vocabolo Quechua “chácara” e, secondo l’enciclopedia Espasa Calpe, viene accettato come un americanismo col significato di piccola fattoria.
Nel 1650 i Padri iniziarono la costruzione dei loro alloggiamenti: baracche, capanne e porticati. Nelle planimetrie redatte dall’agrimensore Pedro Benoit, nel 1871, quando i vari edifici non avevano subito alcuna demolizione, si può osservare che erano di grandi dimensioni, 4000 metri quadrati ciascuno.

L’11 settembre del 1680, l’alcalde ordinario Fernando de Astudillo ordinò al capitano Pedro Izarra Gaete, di trasferire alla Compagnia di Gesù i terreni comprati da Doña Maria de Carvajal, e dispose che si eseguisse la misurazione dei possedimenti, per valutare i compensi e le altre garanzie. Detta misurazione diede come risultato che il Collegio dei Gesuiti possedeva nel 1680 un complesso di terreni che, senza includere le vie interne, ammontavano a un fronte di 1400 verghe lungo il fiume, per una profondità di 6000 verghe, vale a dire 1200 x 5000 metri quadrati, approssimativamente. Vicino alle costruzioni del 1650, i Gesuiti costruirono, nel 1740, una cappella che sarebbe stata la prima nella zona, e, più tardi, il campanile ed il Camposanto.

Nel medesimo anno 1740 gli spagnoli Jorge Juan y Santacilia, geografo e navigatore, e Antonio de Ulloa, navigatore ed erudito, furono incaricati dal Re di Spagna Filippo V di effettuare studi e rilevazioni in un arco di territorio dell’America meridionale, realizzando inoltre anche altri servizi di natura politica e militare. Scrissero un libro: “Notizie Segrete d’America” in cui riportarono, a proposito dei Gesuiti: “Non si avverte in loro la mancanza di religiosità, gli scandali e la condotta rilassata tanto diffusa altrove”.
Giungiamo dunque all’anno 1767. Grazie ad abili investimenti, l’Ordine si era arricchito, ma non così i suoi membri, che continuavano la loro vocazione di povertà e lavoravano sotto una rigida disciplina, ma, per il fatto che difendevano i nativi, non erano ben visti dai coloni, ragion per cui caddero in disgrazia agli occhi del Re Carlo III, che il 27 febbraio dello stesso anno ordinò l’espulsione dei Gesuiti da tutti i territori del Regno. Il successivo 12 luglio furono cacciati dalla provincia di Cordoba, ed il 13 da quella di Santa Fe, con la conseguente confisca dei beni. Riuniti a Buenos Aires, 289 Padri Gesuiti si imbarcarono con destinazione Cadice, in Spagna, e, da lì, ripararono in Italia. Avevano fondato 11 collegi nel Rio de la Plata, di cui i primi cinque furono: Asunción del Paraguay nel 1565, Córdoba nel1600, Santiago del Estero nel 1607, Buenos Aires nel 1608 e Santa Fe nel 1610. Lasciarono il paese in mezzo alla costernazione degli indigeni, che piangevano all’indirizzo dei loro “padri”.

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Paolo III e Sant’Ignazio di Loyola

In quell’anno 1767 governava Buenos Aires Francisco de Paula Bucarelli y Ursúa, acerrimo nemico dell’Ordine Gesuitico, il quale fece occupare i due collegi di Buenos Aires e incarcerò coloro che vi dimoravano. Durante il suo governo gli Inglesi si impossessarono delle Isole Malvine, sbarcando a Porto Egmont dell’isola Gran Malvina.

L’espulsione dei Padri Gesuiti rappresentò un disastro per le colonie. Le missioni si sciolsero, le scuole diminuirono fortemente e gli ospedali e i centri di assistenza e carità sparirono.

Tutti i beni dei Gesuiti furono dichiarati proprietà della Corona e i benefici prodotti da quelle terre, che precedentemente erano a vantaggio del Collegio Massimo di Sant’Ignazio, furono trasferiti nel 1768 a favore del Collegio Convitto e Università Pubblica di San Carlo, e, più tardi, al Real Collegio di San Carlo, fondato dal Viceré Vértiz nel 1783, successivamente al Collegio Seminario nel 1813, per arrivare infine al Collegio Nazionale di Buenos Aires nel 1863.

Nella Piazza dei Collegiali, tra le vie Cramer, Zapiola, Ten. Benjamin Matienzo ed altre proprietà private, una targa in bronzo ricorda i Collegi: Colegio Máximo de San Ignacio, 1767; Colegio Convictorio y Unversidad Pública de San Carlos, 1768; Real Colegio de San Carlos, 1785; Colegio Seminario, 1813; Colegio de la Unión del Sud, 1817; Colegio de las Ciencias Morales, 1823; Colegio de los Jesuitas, 1836; Colegio Nacional de Buenos Aires, 1863.

Xavier Marmier, letterato francese, dopo aver percorso l’Europa e l’America, inclusa una visita a la Chacarita, pubblicò all’incirca 50 volumi, tra cui, “Carte del Sud America”, in tre tomi editi nel 1851 a Bruxelles, in Belgio. Da questo originale fu tratto il libro “Buenos Aires e Montevideo”, nel 1850, e pubblicato nel 1948 da José Luis Busaniche, dove figura la visita di Marmier a la Chacarita e ci dice:

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Missione di Sant’Ignazio nei presso della omonima città argentina

“I missionari cattolici furono i primi civilizzatori in questo paese. La conquista che i governatori spagnoli tentarono per mezzo delle armi, la completarono i missionari mediante la dolcezza e la persuasione. Con la croce in mano e lo spirito della carità nel cuore, la parola di fratellanza sulle labbra, si presentavano agli indios, ottenevano la loro fiducia e, poco a poco, li avviavano ai loro principi di umanità, abituandoli anche all’ordine e al lavoro. In mezzo alla tribù selvaggia, innalzarono una cappella, simbolo di pace e primo punto di riunione in cui i riparavano sotto la protezione di Dio. Vicino alla cappella non tardarono ad apparire la casa rurale e i suoi prodotti, il campo lavorato con il suo raccolto, quindi la fattoria e il granaio. Gli stessi missionari impugnavano la zappa e conducevano l’aratro.

Da ambo i lati delle Ande e sulle rive del Rio de la Plata, i Gesuiti furono i primi agricoltori e i primi coloni. Nel luogo in cui innalzavano una fondazione, apparivano i germogli della prosperità. Una politica ostile dette luogo alla loro espulsione da questa regione, dove avevano dato prove di tanta utilità. L’opera che lasciarono incompiuta, non hanno potuto continuarla coloro che l’avevano ordinato”.

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Strade Corrientes e Federico Lacroze
Centro del quartiere di Chacarita
Citta de Buenos Aires

La Compagnia di Gesù fu fondata nell’anno 1537 da Sant’Ignazio di Loyola, il cui nome completo era Iñigo de Oñez y Loyola. Questo santo, che prima fu militare, poi vestì l’abito religioso, nacque ad Azpeitía (Guipúzcoa), città della Spagna, nell’anno 1491. Nel 1521 fu ferito nel corso della difesa di Pamplona sotto gli attacchi dei Francesi, e, mentre era convalescente, ebbe l’opportunità di leggere dei libri religiosi che lo introdussero nel mondo spirituale. Successivamente frequentò il seminario e fu ordinato sacerdote nel 1538. L’Ordine di cui noi oggi ci occupiamo fu autorizzato da Papa Paolo III nell’anno 1540. Sant’Ignazio morì a Roma nel 1556 e fu canonizzato dal Papa Gregorio XV nell’anno 1622; la sua festa si celebra il 31 di luglio di ogni anno. Il municipio di Azpeitía, dove il Santo era nato, fu dichiarato Patria e Santuario di Sant’Ignazio di Loyola.

Nel 1836, durante il governo di Juan Manuel de Rosas, i Gesuiti tornarono in Argentina; ma questa è un’altra storia.

A proposito di questo tema, ricordiamo che il 13 marzo del 2013 fu eletto Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica un Gesuita nato in Argentina, il Cardinale Jorge Mario Bergoglio, che adottò il nome di Papa Francesco. È il primo Papa Gesuita, il primo latinoamericano e, inoltre, il primo con il nome di Francesco. Dei 266 Papi che registra la storia, San Pietro fu il primo, tra gli anni 64 e 67 dell’era cristiana, e il penultimo, Benedetto XVI, resse la Chiesa dall’anno 2005 al 2013.

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COMPAÑÍA DE JESÚS Sus Miembros en Argentina

Idioma Castellano

papa francescoEn el año 2014 se cumplieron 25 años de la fundación de la Junta de Estudios Históricos de los Barrios de Chacarita y Colegiales de Buenos Aires, 28 agosto 1989. Recordando a nuestro primer presidente, profesor Diego A. del Pino, con su inquietud para investigar y difundir el pasado de nuestros dos barrios, trataremos de hablar de los padres jesuitas, miembros de la Compañía de Jesús, que alrededor de los edificios construidos por ellos en la chacra o chacarita que fundaron, se fue desarrollando la historia de Chacarita y Colegiales..

Estos componentes de la Compañia de Jesus llegaron de España en el año 1608 y el 16 de diciembre, conforme a lo dispuesto por el Cabildo en sesiones realizadas los días 6 y 8 de del mismo mes, el Gobernador Hernando Arias de Saavedra (Hernandarias) les hizo una donación de dos terrenos: uno, a dos leguas de la ciudad, actual Chacarita y el otro, en el pago de Las Conchas, hoy Capilla del Señor.

Cultivaron trigo, maíz, árboles frutales y criaron ganado mayor y animales de corral. Por otra parte, además de los beneficios que producían estos terrenos, les permitían proveer alimentos a los sacerdotes y alumnos del Colegio Máximo de San Ignacio, fundado por ellos en el centro de Buenos Aires, predecesor en muchos años del hoy Colegio Nacional de esta ciudad..

sant_ignazio_di_loyolaA partir de las fracciones de tierras recibidas, fueron acrecentando sus posesiones, por compras y por legados, alcanzando la suma total de 2700 hectáreas que fue llamada, Chacra o Chacarita de los Padres de la Compañía de Jesús.
Chacarita es un diminutivo del término Quechua “chácara” y según la enciclopedia Espasa Calpe, está aceptado como un americanismo que significa chacra pequeña.

En el año l650 los padres iniciaron la construcción de sus aposentos: galerías, barracas y chozas. El 11 de setiembre de 1680, el alcalde ordinario Fernando de Astudillo ordenó al Capitán Pedro Izarra Gaete, que hiciera entrega a la Compañía de Jesús de los terrenos comprados a Doña María de Carvajal y les ordenaba, que se practicaran la mensura de lo que poseían, por mercedes y otros recaudos. Dicha mensura dio por resultado, que en l680 poseían un conjunto de terrenos que, sin incluir las calles intermedias, ascendían a l400 varas de frente al río, por 6000 varas de fondo, es decir en metros: 1200 x 5000, aproximadamente.

En el año l740, cercana a las construcciones construyeron la capilla, la primera en la zona, después, el campanario y el camposanto.
En este año 1740 los españoles Jorge Juan y Santacilia, cosmògrafo y marino y Antonio de Ulloa, marino y sabio, fueron designados por el Rey de España Felipe V para que midiesen en América meridional un arco terrestre y realizaran otros servicios políticos y militares, que escribieron en un libro titulado “Noticias Secretas de América”, donde además, informaron sobre los jesuitas: “No se advierte en ellos la falta de religión, los escándalos y la conducta relajada tan corriente en los demás.”

Llegamos al año 1767. Gracias a las hábiles inversiones de los jesuitas la órden se había enriquecido pero no así sus miembros, que continuaban su vocación de pobreza y trabajaban bajo una rígida disciplina, pero por defender a los indios no eran bien vistos por los colonos y así, cayeron en desgracia ante el Rey Carlos III. El 27 de febrero de este año ordenó su expulsión de todos los dominios de la monarquía, además. el l2 de julio del mismo año fueron eliminados de la provincia de Córdoba y el 13 de julio, de la provincia de Santa Fe, confiscando todos sus bienes.
Reunidos en Buenos Aires, 289 jesuitas se embarcaron con destino a Cádiz, España y de allí, deportados a Italia. Habían fundado 11 colegios en el Río de la Plata, los cinco primeros fueron: Asunción del Paraguay en 1595; Córdoba en 1600; Santiago del Estero en 1607; Buenos Aires en 1608 y Santa Fe en 1610. Salieron del país en medio de la consternación de los indígenas que lloraban a sus “padres”

paolo3_sant_ignazioEn este año 1767 gobernaba Buenos Aires Francisco de Paula Bucarelli y Ursúa, acérrimo enemigo de la órden jesuítica, hizo ocupar los dos colegios de Buenos Aires y encarceló a sus moradores. Durante su gobierno los ingleses se apoderaron de las Islas Malvinas, desembarcando en Puerto Egmont de la Gran Malvina.
La expulsión de los Padres jesuitas representó un desastre para las colonias. Las misiones se disolvieron,. las escuelas menguaron y los hospitales y centros de caridad desaparecieron
Todos los bienes de los jesuitas fueron declarados de propiedad de la Corona y los beneficios que producían estas tierras, que antes percibía el Colegio Máximo de San Ignacio, fueron trasladados en 1768 a favor del Colegio Convictorio y Universidad Pública de San Carlos, más tarde al Real Colegio de San Carlos, fundado por el Virrey Vértiz en 1783, luego, al Colegio Seminario en 1813, hasta llegar al Colegio Nacional de Buenos Aires en 1863.
En el año 1836, durante el gobierno de Juan Manuel de Rosas, los jesuitas regresaron a la Argentina; pero esto es otra historia.

Xavier Marmier (1809-1892), literato francés, después de recorrer Europa y América publicó alrededor de 50 volúmenes, entre ellos, “Cartas de Sud América”, en tres tomos editados en 1851 en Bruselas, Bélgica. De este original tomó datos el escritor Argentino José Luis Busaniche que publicó en su libro “Buenos Aires y Montevideo en 1850”, donde dice que en este año Marmier visitó Buenos Aires y también la Chacarita, a dos leguas de la ciudad, para conocer lo realizado por los jesuitas y lo escribió:
mission de san ignacio“Los misioneros católicos fueron los primeros civilizadores en este país. La conquista que los gobernadores españoles ensayaron por medio de las armas, cumplieronla los misioneros mediante la dulzura y la persuasión. Con la cruz en la mano y el espíritu de la caridad en el corazón, la palabra de unción en los labios, se adelantaban hasta los indios, ganaban su confianza y poco a poco los inclinaban a los principios de la humanidad, acostumbrándolos también al orden y al trabajo. En medio de la tribu salvaje, levantaban una capilla, signo de paz y primer punto de reunión en que se abrigaban bajo el pensamiento de Dios. Cerca de la capilla, no tardaban en aparecer la quinta y sus frutos, el campo labrado con su cosecha, luego la granja y el granero. Los mismos misioneros empuñaban la azada y conducían el arado
.En ambos lados de los Andes y en las orillas del rio de la Plata, los jesuitas fueron los primeros agricultores y los primeros estancieros. Allí donde hacían una fundación, aparecían los gérmenes de la prosperidad. Una política sombría dio lugar a su expulsión de ésta comarca, donde habían dado lecciones de tanta utilidad. La tarea que dejaron inconclusa, no han podido continuarla quienes los prescribieron.

Los filósofos han arreglado muchas y bellas frases sobre la ambición desmesurada de los jesuitas, pero ninguno de estos elocuentes defensores de la libertades humanas ha pensado en trasladarse al desierto para contrabalancear con su enseñanza aquella fatal ambición y hacer, con peligro de la vida, entre las razas salvajes, la propaganda de la razón”.

corrientes - lacrozeLa Compañía de Jesus fue fundada en el año 1537 por San Ignacio de Loyola, cuyo nombre completo era Íñigo de Óñez y Loyola. Este santo, que primero fue militar y después vistió los hábitos, nació en Azpeitía (Guipúzcoa) Villa de España, en el año 1491.

En 1521 resultó herido durante la defensa de Pamplona ante los ataques franceses y, mientras se recuperaba de las lesiones tuvo la oportunidad de leer libros religiosos que lo introdujeron en el mundo espiritual. Luego cursó el seminario y fue ordenado sacerdote en 1538

La órden que hoy nos ocupa fue autorizada por el Papa Paolo III en el año 1540 (Canino 1468 – Roma 1549) y Papa, (1534-1549) . También dirigió la reforma de la Iglesia Católica, elemento sumamente importante para los jesuitas.

San Ignacio falleció en Roma en el año 1556 y fue canonizado por el Papa Gregorio XV en el año 1622; su festividad se conmemora el 31 de julio de cada año. El municipio de Azpeitía, donde el santo nació, fue declarado Patria y Santuario de San Ignacio de Loyola.

Y a propósito de este tema, recordamos que el 13 de marzo del 2013, fue designado Sumo Pomtífice de la Iglesia Católica un jesuita nacido en la Argentina: Cardenal Jorge Mario Bergoglio, que adoptó el nombre de Papa Francisco; es el primer Jesuita Papa, el primer latinoamericano y además, el primero con el nombre de Francisco. De los 266 Papas que marca la historia, San Pedro fue el número uno, entre los años 64-67 de la era cristiana y el penúltimo fue , Benedicto XVI, desde el año 2005 hasta el 2013.

Emilio Zamboni
Gesuiti – 2018

 

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dsc03154-7di Simona Ciasca e Paolo Onofri
Il giorno sabato 23 Maggio 2009 presso l’Auditorium “Ferdinando Scarfiotti” di Potenza Picena, per l’occasione molto gremito, è stato presentato il libro curato da Renza Baiacco “Il fascino della storia e il respiro del mare, Potenza Picena”. I testi sono stati scritti da Andrea Bovari, che ha curato anche la ricerca storica, mentre il volume è stato stampato da Scocco e Gabrielli srl di Macerata.
Il progetto e la realizzazione grafica di questa importante opera editoriale sono a cura di Renza Baiocco e di Paolo Accoramboni.
Tra gli sponsor che hanno sostenuto la pubblicazione troviamo la Fondazione Cassa di Risparmio di Fermo e l’Istituto di Riabilitazione Santo Stefano di Porto Potenza Picena, mentre il critico d’arte prof. Vittorio Sgarbi ha curato la presentazione del volume.
Il Sindaco che ha portato a termine questo progetto editoriale era l’ing. Sergio Paolucci, mentre l’assessore alla cultura Andrea Bovari. La pubblicazione del libro è stato un evento molto importante per Potenza Picena, in quanto nella nostra comunità mancava da tempo un’edizione così ricca di notizie e foto.
dsc03159-9L’ultimo libro scritto con molto rigore storico su Potenza Picena è stata la guida storico-artistica curata da Duilio Corona nel 1998, con testi del dott. Roberto Domenichini e Moreno Campetella e foto di Bruno Grandinetti, Sindaco Mario Morgoni. Nel 1958 era uscito il libro di Norberto Mancini “Visioni Potentine”, quando sindaco era l’insegnante Lionello Bianchini ed è stato sponsorizzato dall’imprenditore della Società Ceramica Adriatica di Porto Potenza Picena comm. Eugenio Quaglia. Nel 1852 è uscito il primo libro su Potenza Picena, all’epoca Monte Santo, scritto da Carlo Cenerelli Campana “Istoria dell’antica città di Potenza rediviva in Montesanto”, finanziato dalla contessa Ippolita Compagnoni Marefoschi, sposata con il marchese di Ripatransone Filippo Bruti Liberati, l’autore delle 14 lettere sopra Monte Santo, scritte tra il 1839 ed il 1858.
La serata presso l’Auditorium “Ferdinando Scarfiotti”, presentata da Fabio Marano, è stata anche l’occasione per il conferimento delle cittadinanze onorarie al prof. Luigi Miti, ed ai coniugi Antonello Rosali e Matilde Cassano, oltre che la cittadinanza benemerita all’attore Raffaele Curi, rappresentato dal nipote Viola Giovanni.
Ci sono stati inoltre momenti musicali con al pianoforte il maestro Enrico Reggioli che ha accompagnato Anna Donati nella declamazione de “La Putendina”, musicata e scritta dai compianti Edgardo Latini e Severino Donati, ed il soprano Lucia Caggiano, mentre Giovanni Pastocchi e Maria Luisa Barbaccia hanno declamato poesie in vernacolo.
Il libro a distanza di 10 anni continua ancora ad essere attuale ed utilizzato dal nostro Comune per omaggiare gli ospiti della nostra città.
man libro potenza picena-5Un grazie doveroso al lavoro portato avanti con grande passione, impegno ed a­more per la nostra città da parte di Renza Baiocco e di Andrea Bovari. Il servizio fotografico della serata è stato realizzato da Nico Coppari, che gentilmente ci ha messo a disposizione tutto il suo prezioso lavoro per l’occasione e che ringraziamo di cuore.

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a cura si Simona Il cedro del Libano durante la nevicata del febbraio 2012. Foto Sergio CeccottiCiasca e Paolo Onofri
Nel contesto del nostro Pincio c’è da sempre la presenza di un albero particolare. Si tratta di un Cedro del Libano, secondo il parere del prof. Gianfranco Morgoni. Quanti anni ha questo monumentale albero, che non è stato mai colpito da fulmini e sostituito, a differenza del gemello che spesso è stato colpito ed anche sostituito?
Nel nostro archivio storico comunale di Via Trento non ci sono notizie particolari in riferimento al cedro del Libano del nostro Pincio. Si parla solo della sistemazione dei tigli nel 1901, nel contesto della festa degli alberi organizzata a Potenza Picena dal prof. Umberto Boccabianca, ancora prima della istituzione a livello nazionale di questa festa, che risale al 1903. L’anno prima, cioè nel 1900, avevano messo a dimora i tigli di Via Piana, oggi viale Trieste.
Per quanto riguarda la più antica foto del nostro cedro del Libano, noi abbiamo avuto la fortuna di averne una risalente 20/10/1929, cioè 90 anni fa, quando è stata inaugurata la Palestra dell’ONB del Pincio, foto che ci è stata fornita da Mario Barbera Borroni e che noi abbiamo già inserito nel nostro blog.

Palestra Pincio

Partecipanti all’inaugurazione della palestra

In questa foto di 90 anni fa il cedro del Libano del Pincio era già maestoso e con la punta curva, con una circonferenza del tronco già molto grande ed una chioma enorme, mentre i tigli messi a dimora nel 1901 erano ancora piccoli. Ci siamo divertiti, anche se dobbiamo confessare la nostra incompetenza in materia, a rilevare alcuni dati tecnici della nostra pianta del cedro del Libano il giorno sabato 4 Novembre del 2014. La circonferenza del tronco risultava di metri 3,63, il diametro di metri 2,30, mentre il diametro medio della chioma risultava di metri 22, tenendo conto però che una parte è stata tagliata e pertanto dovrebbe considerarsi superiore. Non siamo ancora riusciti a stabilire l’altezza attuale della pianta, perché non disponiamo di strumenti tecnici adeguati per questa operazione, ma sicuramente è superiore ai 20 metri, senza considerare la notevole curvatura della punta.
Secondo il nostro modesto parere il cedro del Libano del nostro Pincio potrebbe anche essere tra i più vecchi cedri delle Marche, addirittura il 4°, dopo quello di Osimo, a Villa Simonetti di anni 265, di Macerata a Villa Serra e di Fano in località Belgatto, tutti e due di anni 185, tenendo conto della documentazione storica e fotografica in nostro possesso possiamo sostenere che il cedro abbia costituito e costituisca tutt’oggi un elemento di attrazione turistica aggiuntiva del nostro già bellissimo Pincio, che tutti ci invidiano.

00000003In Europa il Cedro del Libano si è diffuso a partire dal secolo XVII ed il suo legno solido, durevole e compatto è stato apprezzato fin dall’antichità, quando veniva usato per la costruzione di navi e palazzi. L’attuale Pincio un tempo era l’orto e chiostro dei Francescani Conventuali locali e dopo che nel 1867 fu abbattuto il muraglione ed eliminato il chiostro, nel 1873 si realizzò il piazzale con il passeggio, e messo a dimora questo cedro del Libano, in abbinamento con il gemello, oltre che la siepe. In questo modo il nostro cedro del Libano oggi dovrebbe avere un’età superiore ai 145 anni, potendosi considerare a ragione uno dei più vecchi delle Marche. Un bel primato di cui dovremmo essere molto orgogliosi.
Comunque i nostri amministratori potrebbero richiedere un parere tecnico al Corpo Forestale dello Stato per poter stabilire l’età della nostra pianta, effettuando anche tutte le rilevazioni tecniche del Cedro del Libano del nostro Pincio.

Notizie tecniche e storiche tratte da:
Marche, 50 alberi da salvare. I più importanti della regione. Vallecchi
Editore 1984 a cura di Valido Capodarca.
Alberi custodi del tempo, a cura della Provincia di Macerata, prima
edizione 2004, Seconda edizione 2005.
Presso Biblioteca Comunale “Carlo Cenerelli Campana” Potenza Picena.

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a cura di Luca Carestia

Questionario 1885

Frontespizio del questionario del 1885 riguardante la città di Potenza Picena. (Archivio Storico Comunale di Potenza Picena)

Nella seconda metà dell’Ottocento la precaria situazione igienica del Paese (già scosso da diverse ondate epidemiche) indusse la classe medica, politica e amministrativa ad attuare degli interventi di miglioramento delle condizioni igieniche degli abitati. La necessità di organizzare queste operazioni richiese però una specifica conoscenza del territorio nel quale si doveva agire. A tal fine, con una lettera circolare del 9 gennaio del 1885, il Ministero dell’Interno propose di effettuare un’inchiesta nazionale dove si esponevano alcuni quesiti attraverso i quali si cercava di conoscere la situazione di tutti i Comuni del Regno.

Filtrate da un interesse rivolto principalmente alla conoscenza degli aspetti igienico-sanitari, le ventuno questioni tendevano a raccogliere informazioni sulla natura delle risorse idriche presenti nei territori comunali, quali erano le maggiori attività occupazionali della popolazione, il loro stato fisico e le patologie maggiormente diffuse. Erano poi richieste notizie sulle condizioni delle vie e delle abitazioni, sulla presenza di cimiteri e come erano strutturati, quanti e quali erano gli istituti di accoglienza e le case di detenzione.

Conservato presso l’Archivio storico comunale della nostra città, il questionario riguardante Potenza Picena ci offre l’opportunità di apprendere molte informazioni e di (ri)scoprire alcuni aspetti della comunità potentina di fine Ottocento che, non discostandosi molto da altre realtà limitrofi, era fortemente ancorata a un’economia essenzialmente rurale. Risulta infatti che i residenti (circa 7400 unità) erano in gran parte occupati nel settore agricolo e nell’industria del bestiame composta in prevalenza da bovini (1200 capi), ovini e suini. In città vi era un pubblico macello, tre spacci di tabacchi e cinque di liquori dei quali, salvo rarissime eccezioni, non vi è abuso. Vi erano poi due farmacie, un asilo per bambini, un orfanotrofio, delle carceri mandamentali e un civico ospedale. Il personale sanitario, tutto in condotta, era composto da due medici chirurghi, un flebotomo, tre levatrici e due veterinari.

Molto estesa era la bachicoltura che, svolgendosi prevalentemente durante il periodo primaverile e non interferendo quindi con l’intensa attività a cui la famiglia contadina era impegnata nei mesi estivi, aveva anche il vantaggio di aggiungere un modesto reddito al lavoro mezzadrile.

Questionario 1885

Immagine della Madonna delle Gallette invocata dai bachicoltori. (Civica raccolta di stampe A. Bertarelli, Milano)

La questione riguardante l’alimentazione ci informa poi che la dieta dei possidenti era composta in prevalenza da carni di vitello e vino, mentre la classe agricola e i campagnoli si cibava di frumentone, riso, patate, legumi ed erbaggi, bevendo abitualmente acqua che, attinta da pozzi o raccolta in cisterne, veniva levata con pompa solo da pochi privati. Tra essi è comunque interessante notare che il possesso di una conduttura per le acque potabili con tubi di piombo era esclusivo privilegio di una Villa particolare. Tale dimora, dotata di un acquedotto privato della lunghezza di circa 3 km, è come ovvio aspettarsi la Villa dei conti Buonaccorsi presso Montecanepinoalle

Le acque avviate al Comune erano invece incanalate in parte per condotti chiusi ed a piccola distanza. In merito a questi sistemi di canalizzazione è bene comunque ricordare che anche negli anni a seguire si riscontrano nel nostro archivio numerose richieste di intervento a causa delle infiltrazioni che, particolarmente evidenti negli ambienti sotterranei delle abitazioni, arrecavano danno alla casa e all’igiene.

Scorgendo poi altre interessanti informazioni sui sistemi di conservazione ed approvvigionamento idrico utilizzati al tempo, dal questionario apprendiamo la presenza di una cisterna d’acqua sorgiva con pompa idraulica ed un pozzo d’acqua piovana nella pubblica piazza. Una testimonianza sulla collocazione di questi vani sotterranei possiamo averla in una rara foto scattata proprio in quel periodo. In essa è interessante notare le due pompe aspiranti prementi a moto rotatorio il cui acquisto, specialmente per quella posta davanti al palazzo comunale, fu giustificato da disposizioni ministeriali relative alla incolumità dei teatri in caso di recita. Nella foto è poi anche curioso osservare il quadrante ottagonale dell’orologio della torre e la mancata presenza della fontana centrale, manufatto questo installato pochi anni prima dell’inizio del XX secolo.

Nel quesito vengono poi segnalate altre due cisterne nelle vie della città e molti pozzi privati. In questo caso è probabile che una delle due cisterne in questione sia quella atta ad assolvere i bisogni dell’Orfanotrofio. Nel registro delle delibere della locale Congregazione di Carità appare infatti la conferma a procedere ai lavori per rendere potabile l’acqua dato che, contrariamente a quanto le regole d’arte ed igiene suggeriscono, discende senza grondaie e tubi sul pavimento del cortile e da qui penetra nella cisterna.

Potenza Picena - Piazza Principe di Napoli

La Piazza Principe di Napoli in una foto degli ultimi anni dell’Ottocento.  Nelle aree evidenziate sono visibili i sistemi utilizzati per prelevare l’acqua dalla cisterna e dal pozzo.

Curioso poi è constatare che nella questione trattante le acque minerali e termali viene menzionata una sorgente di acqua salino-minerale in contrada Redefosco della quale manca l’analisi qualitativa e quantitativa. Sebbene sconosciuta a molti, tale sorgente risulta comunque essere stata utilizzata per vari usi fino a pochi decenni fa. In merito poi alle analisi di quest’acqua è opportuno osservare che, contrariamente a quanto si afferma nel questionario, negli anni sessanta dell’Ottocento esse furono oggetto di interesse da parte del dottor Dazio Olivi. Vi sono infatti documenti d’archivio che attestano uno scambio epistolare tra l’Olivi e il farmacista lauretano Giuseppe Cesaroni circa il compimento di una esatta analisi dell’acqua per conoscere sia la qualità sia la quantità degli elementi costitutivi della medesima. Benché i motivi di tale indagine deriverebbero infatti dal desiderio del dottor Olivi di conoscere in quali malattie potesse venire amministrata con utilità degli infermi, rimane comunque la perplessità di questa mancata informazione nel questionario anche perché, già all’epoca, i risultati di queste analisi erano reperibili in varie pubblicazioni di natura statistica.

Sebbene quindi come in questo caso alcune risposte sono da considerarsi non corrette o comunque alquanto ondivaghe, dalla lettura del questionario emerge l’immagine di una società che tenta di minimizzare una situazione igienico-sanitaria abbastanza fragile, funestata da non infrequenti affezioni. L’alto tasso di mortalità infantile, i numerosi casi di scabbia e di malattie intestinali, l’angina difterica che si è mantenuta per molti anni quale malattia comune, unita poi ad una significativa diffusione del vaiolo (1872), della scarlattina (1879) e non ultimo il colera morbus che nel 1855 assunse forma epidemica contagiosa con vittime tanto nella città che nel contado, delineano una cronicità caratterizzata da eventi tutt’altro che rari e da un quadro clinico lacunoso in cui delle malattie predominanti, come delle varie epidemie manifestatesi, non venne fatto nessun resoconto. Affidare quindi le speranze a una “chirurgia urbana” capace di estirpare la causa di questi malanni divenne negli anni a seguire la direzione verso la quale protendere.

Questionario 1885

Progetto di una ghiacciaia realizzato nel 1886 dall’ing. Gustavo Bevilacqua per la città di Potenza Picena. Tale proposta venne accantonata a causa dei suoi elevati costi di realizzazione. (ASCPP)

La tutela degli abitati e degli abitanti si impose infatti alla fine del XIX secolo attraverso degli interventi disciplinati da una specifica normativa che troverà nella legge 5849 del 22 dicembre 1888 il maggior provvedimento legislativo in materia. La salubrità dello spazio urbano cercherà nelle applicazioni idrauliche lo strumento capace di ottenere quel risanamento da tempo auspicato, orientando principalmente la sua azione nel sottosuolo delle città. Depurare l’ambiente da tutte quelle situazioni insalubri, obsolete e capaci di produrre malattia, attraverso delle opere capaci di gestire l’afflusso e il deflusso delle acque,  investendo anche in strutture capaci di limitare la deperibilità dei cibi, costituì un atto di notevole importanza perché capace di arginare quegli aspetti che potevano rappresentare delle potenziali criticità.

Risalgono infatti a quegli anni alcuni interventi in questa direzione. Due esempi in tal senso risultano essere la costruzione dell’acquedotto a opera della ditta F.lli Torresi di Macerata su progetto dell’ing. Pallucchini di Fossombrone e l’edificazione in sotterraneo di una neviera comunale, sulla quale si era avviato un lungo dibattito già in anni precedenti. Tali opere, trovando nella corrente igienista del tempo un valido alleato, offrirono un concreto sostegno a un risanamento urbano di più vasto raggio, assumendo anche un ruolo di non secondaria importanza nella prevenzione di pericolose epidemie che traevano dalle carenze igienico-sanitarie terreno fertile alla loro diffusione.

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a cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri
Campane Torre CivicaLa Torre Civica in Piazza Giacomo Matteotti a Potenza Picena, oggi alta metri 34,50 ma fino al 1886 copresa la cuspide era di metri 46,90, cioè 12,90 metri in più, conserva al suo interno, nella cella campanaria, n° 4 grandi campane in bronzo, di cui n° 3 realizzate nel 1950 dalla premiata Fonderia del Cav. Giuseppe Pasqualini e Figli di Fermo. Le tre campane antiche della nostra torre, nel passato una delle più alte della provincia di Macerata, progettata dall’architetto di Como Pietro Augustoni e la cui prima pietra è stata posta il giorno 10 giugno del 1732, al pari di tante altre campane dei nostri campanili delle chiese locali, il giorno 16/4/1943 sono state requisite dalle autorità militari italiane per fonderle ai fini di guerra.
Terminata la seconda guerra mondiale, lo Stato Italiano ha provveduto a consegnare delle nuove campane alle chiese e ai comuni, in applicazione del Decreto Legislativo del Capo provvisorio dello Stato del 6/12/1946, fornite dalla ditta del Cav. Giuseppe Pasqualini e Figli di Fermo.
Le tre campane della torre civica sono state benedette da Don Gustavo Spalvieri il giorno 21/5/1951, Sindaco Antonio Carestia, presenti anche don Giuseppe Mosconi e don Dante Marazzi e quel giorno l’operazione di ricollocamento sulla torre è stata immortalata dalle fotografie di Bruno Grandinetti, che noi, grazie alla disponibilità della Fototeca Comunale a lui intitolata, facciamo conoscere a tutti per la prima volta.
Campane Torre CivicaLe campane sono tutte diverse ed ognuna ha la sua effigie sacra: la più grande, quella che viene battuta per le ore, della Madonna dell’Assunta, la più piccola, quella del suono dei quarti, della Madonna della Pace e la media della Madonna dell’Addolorata.
Oggi tutte e quattro le campane della torre sono bloccate ed andrebbero se possibile riattivate in modo che la popolazione di Potenza Picena possa di nuovo sentire il loro suono armonioso, che nel passato scandiva la vita cittadina e venivano azionate manualmente da un addetto, chiamato campanaro. Già dopo le gravi conseguenze del fulmine del giorno 11 gennaio 1886, che ha distrutto la cuspide della torre, due delle quattro campane erano state sostituite in quanto cadute e rotte.
L’anno successivo, cioè nel 1887, una è stata fornita dalla Fonderia di Pasquale Pasqualini e Figli di Montedinove, che poi si sono trasferiti a Fermo, mentre la seconda è stata prelevata dalla chiesa di S. Croce, sempre di Potenza Picena.

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A cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri

Borroni Ulderico

Quando si parla di fornai a Potenza Picena, si deve parlare della famiglia Borroni, giunta alla quarta generazione impegnata costantemente dal 1919 nella produzione e vendita di pane per la locale comunità. La famiglia Borroni a Potenza Picena si identifica con la produzione del pane, come le famiglie Clementoni, Granati e Persichini con l’edilizia, i Mazzarella e gli Scoccia con le scarpe, gli Orselli e i Pastocchi con la falegnameria, e in passato i Grandinetti con le corde, i Mancini (Catillo), i Carestia e i Chiatti con i birocci, i Galeazzi (Coccioni) con le terracotte ed i Ceccotti con le fornaci.
Tutto inizia con il capostipite della famiglia Borroni, Olderico (che in seguito verrà chiamato Ulderico), nato a Potenza Picena il 23/9/1892 da Sante, contadino, e da Filomena Paparelli, casalinga, in c/da Giardino 249, nella zona di Montecanepino. Olderico era il terzo di 6 figli. Partecipa alla prima guerra mondiale come caporale del 6° Reparto Sussistenza avanzata dei Bersaglieri, combatte a Palmanova, contrae la malaria e viene insignito del distintivo di fatiche di guerra, campagna italo-austriaca.
Proprio durante il conflitto mondiale impara l’arte della panificazione, e terminata la guerra, rientrato a Potenza Picena, il 6 Settembre del 1919 apre in Via Massucci (l’attuale Via Mariano Cutini) il forno con negozio per la vendita del pane. Il giorno 11 Maggio 1919 sposa la sig.ra Beatrice Benedetti (Giuditta), figlia di Giuseppe e di Adelaide Milli, nata a Morena di Gubbio il 19/4/1888, che sarà fondamentale per lo sviluppo dell’attività del forno, anche dopo la morte del marito. Infatti Olderico muore prematuramente a Potenza Picena il 13/1/1934, lasciando la moglie Giuditta sola insieme ai tre figli nati dalla loro unione, Giuseppe, Antonio e Mario. Un quarto figlio, Olivo, nato il 25/2/1925, era morto il 6/1/1927, a soli 2 anni.

Benedetti Giuditta con i figli

Giuditta con tenacia, da sola, porta avanti sia la famiglia che l’attività artigianale e commerciale del forno, che prosegue senza interruzioni, e quando i figli sono grandi la aiutano nel lavoro. La sig.ra Giuditta muore il 24/7/1974. Dopo la morte di Giuseppe, il 22/6/1963, che era subentrato alla madre nella gestione del forno, assume un impegno preminente il fratello Antonio, morto il 28/3/1974, con la moglie Lina Sabbatini, mentre Mario, morto il 6/9/1981, aprirà lo Snack Bar in Largo Leopardi.
Giuseppe oltre che essere stato impegnato nella gestione del forno, è stato valente cuoco presso 1’Istituto Elioterapico “Divina Provvidenza” (l’attuale S. Stefano) di Porto Potenza Picena e ha gestito prima una Trattoria-Rosticceria in Piazza della Stazione sempre al Porto, poi il Motel Agip lungo la Nazionale ed infine l’Albergo Centrale di Potenza Picena in Piazza Matteotti.
L’attività del forno verrà proseguita dai figli di Antonio, Fabio, Ulderico(Massimo), Miriam e Sebastiano. Oggi continuano i figli di Fabio, Matteo, Eva ed Andrea. Eva è specializzata nella produzione di dolci e panettoni.

Lina Sabbatini

La nobile attività di fornaio a Potenza Picena è documentata già dal 1861. Erano presenti all’epoca due forni nel Capoluogo, il più antico in Via Massucci (l’attuale via Mariano Cutini), gestito prima da Giostra Carlo e dalla moglie Cingolani Rosa insieme al genero Delmonte Vincenzo, poi fino al 1914 da Lanciani Giuseppe (probabilmente lo stesso forno poi rilevato da Olderico Borroni e dalla moglie Giuditta Benedetti nel 1919), e un altro in Via Marefoschi, vicolo del forno, gestito dalla famiglia dei Properzi di Morrovalle, prima Aldebrando con la moglie Teresa Baldassarri, poi dal nipote Giuseppe con la moglie Delmonte Nicolina (Maria) e la figlia Caterina. Nel Novecento vi sono state altre famiglie che hanno gestito forni a Potenza Picena, come quella di Andreani Enrico (detto “lo fornaretto”) con la moglie Iginia Rebichini, rilevato successivamente dalla famiglia di Spalletti Nazzareno, e quella di Giovanni Natali (Nanni de Macerata). A Porto Potenza Picena i primi forni risultano quelli gestiti dalle famiglie di Pavoni Teresa, Giustini Antonio, Carlocchia Giuseppe e la moglie Foresi Gina. A Montecanepino ricordiamo Adino Romagnoli, mentre in precedenza c’era un forno pubblico dove chiunque portandosi la legna lo poteva utilizzare. Risultava un forno anche all’interno della Villa Bonaccorsi a Castel S. Filippo di Montecanepino, nel Monastero delle Suore Figlie dell’Addolorata (le Monachette) e nel Convento dei Frati Minori.

Gli attuali attuali gestori del forno

Anche la toponomastica dei due centri ricordava la presenza dei forni. Infatti sia a Potenza Picena che al Porto vi erano anticamente due vie Vico del Forno, in prossimità dei laboratori artigianali di produzione, oggi non più presenti. Attualmente abbiamo solo un nuovo vicolo del Forno nel Capoluogo, che si trova in prossimità proprio del laboratorio della famiglia Borroni, che collega le vie Mariano Cutini e Bruno Mugellini.
Oggi a Potenza Picena oltre al forno della famiglia Borroni, abbiamo un altro forno gestito dalle famiglie Capodaglio e Braconi in Via Vittorio Veneto, mentre a Porto Potenza Picena vi sono tre forni gestiti da Pagnanini Mario, dagli Eredi Sanità Marcello di Sanità Fabrizio e da Marzioli Renato di Borini e figli. Quella della panificazione è un’attività molto nobile, ma impegnativa che richiede tanti sacrifici e rinunce. Auspichiamo che la famiglia Borroni, con gli attuali rappresentanti, i fratelli Matteo, Eva e Andrea, festeggeranno il secolo di attività nel settembre di quest’anno.

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