Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for gennaio 2019

dsc03154-7di Simona Ciasca e Paolo Onofri
Il giorno sabato 23 Maggio 2009 presso l’Auditorium “Ferdinando Scarfiotti” di Potenza Picena, per l’occasione molto gremito, è stato presentato il libro curato da Renza Baiacco “Il fascino della storia e il respiro del mare, Potenza Picena”. I testi sono stati scritti da Andrea Bovari, che ha curato anche la ricerca storica, mentre il volume è stato stampato da Scocco e Gabrielli srl di Macerata.
Il progetto e la realizzazione grafica di questa importante opera editoriale sono a cura di Renza Baiocco e di Paolo Accoramboni.
Tra gli sponsor che hanno sostenuto la pubblicazione troviamo la Fondazione Cassa di Risparmio di Fermo e l’Istituto di Riabilitazione Santo Stefano di Porto Potenza Picena, mentre il critico d’arte prof. Vittorio Sgarbi ha curato la presentazione del volume.
Il Sindaco che ha portato a termine questo progetto editoriale era l’ing. Sergio Paolucci, mentre l’assessore alla cultura Andrea Bovari. La pubblicazione del libro è stato un evento molto importante per Potenza Picena, in quanto nella nostra comunità mancava da tempo un’edizione così ricca di notizie e foto.
dsc03159-9L’ultimo libro scritto con molto rigore storico su Potenza Picena è stata la guida storico-artistica curata da Duilio Corona nel 1998, con testi del dott. Roberto Domenichini e Moreno Campetella e foto di Bruno Grandinetti, Sindaco Mario Morgoni. Nel 1958 era uscito il libro di Norberto Mancini “Visioni Potentine”, quando sindaco era l’insegnante Lionello Bianchini ed è stato sponsorizzato dall’imprenditore della Società Ceramica Adriatica di Porto Potenza Picena comm. Eugenio Quaglia. Nel 1852 è uscito il primo libro su Potenza Picena, all’epoca Monte Santo, scritto da Carlo Cenerelli Campana “Istoria dell’antica città di Potenza rediviva in Montesanto”, finanziato dalla contessa Ippolita Compagnoni Marefoschi, sposata con il marchese di Ripatransone Filippo Bruti Liberati, l’autore delle 14 lettere sopra Monte Santo, scritte tra il 1839 ed il 1858.
La serata presso l’Auditorium “Ferdinando Scarfiotti”, presentata da Fabio Marano, è stata anche l’occasione per il conferimento delle cittadinanze onorarie al prof. Luigi Miti, ed ai coniugi Antonello Rosali e Matilde Cassano, oltre che la cittadinanza benemerita all’attore Raffaele Curi, rappresentato dal nipote Viola Giovanni.
Ci sono stati inoltre momenti musicali con al pianoforte il maestro Enrico Reggioli che ha accompagnato Anna Donati nella declamazione de “La Putendina”, musicata e scritta dai compianti Edgardo Latini e Severino Donati, ed il soprano Lucia Caggiano, mentre Giovanni Pastocchi e Maria Luisa Barbaccia hanno declamato poesie in vernacolo.
Il libro a distanza di 10 anni continua ancora ad essere attuale ed utilizzato dal nostro Comune per omaggiare gli ospiti della nostra città.
man libro potenza picena-5Un grazie doveroso al lavoro portato avanti con grande passione, impegno ed a­more per la nostra città da parte di Renza Baiocco e di Andrea Bovari. Il servizio fotografico della serata è stato realizzato da Nico Coppari, che gentilmente ci ha messo a disposizione tutto il suo prezioso lavoro per l’occasione e che ringraziamo di cuore.

Articoli correlati:

Annunci

Read Full Post »

a cura si Simona Il cedro del Libano durante la nevicata del febbraio 2012. Foto Sergio CeccottiCiasca e Paolo Onofri
Nel contesto del nostro Pincio c’è da sempre la presenza di un albero particolare. Si tratta di un Cedro del Libano, secondo il parere del prof. Gianfranco Morgoni. Quanti anni ha questo monumentale albero, che non è stato mai colpito da fulmini e sostituito, a differenza del gemello che spesso è stato colpito ed anche sostituito?
Nel nostro archivio storico comunale di Via Trento non ci sono notizie particolari in riferimento al cedro del Libano del nostro Pincio. Si parla solo della sistemazione dei tigli nel 1901, nel contesto della festa degli alberi organizzata a Potenza Picena dal prof. Umberto Boccabianca, ancora prima della istituzione a livello nazionale di questa festa, che risale al 1903. L’anno prima, cioè nel 1900, avevano messo a dimora i tigli di Via Piana, oggi viale Trieste.
Per quanto riguarda la più antica foto del nostro cedro del Libano, noi abbiamo avuto la fortuna di averne una risalente 20/10/1929, cioè 90 anni fa, quando è stata inaugurata la Palestra dell’ONB del Pincio, foto che ci è stata fornita da Mario Barbera Borroni e che noi abbiamo già inserito nel nostro blog.

Palestra Pincio

Partecipanti all’inaugurazione della palestra

In questa foto di 90 anni fa il cedro del Libano del Pincio era già maestoso e con la punta curva, con una circonferenza del tronco già molto grande ed una chioma enorme, mentre i tigli messi a dimora nel 1901 erano ancora piccoli. Ci siamo divertiti, anche se dobbiamo confessare la nostra incompetenza in materia, a rilevare alcuni dati tecnici della nostra pianta del cedro del Libano il giorno sabato 4 Novembre del 2014. La circonferenza del tronco risultava di metri 3,63, il diametro di metri 2,30, mentre il diametro medio della chioma risultava di metri 22, tenendo conto però che una parte è stata tagliata e pertanto dovrebbe considerarsi superiore. Non siamo ancora riusciti a stabilire l’altezza attuale della pianta, perché non disponiamo di strumenti tecnici adeguati per questa operazione, ma sicuramente è superiore ai 20 metri, senza considerare la notevole curvatura della punta.
Secondo il nostro modesto parere il cedro del Libano del nostro Pincio potrebbe anche essere tra i più vecchi cedri delle Marche, addirittura il 4°, dopo quello di Osimo, a Villa Simonetti di anni 265, di Macerata a Villa Serra e di Fano in località Belgatto, tutti e due di anni 185, tenendo conto della documentazione storica e fotografica in nostro possesso possiamo sostenere che il cedro abbia costituito e costituisca tutt’oggi un elemento di attrazione turistica aggiuntiva del nostro già bellissimo Pincio, che tutti ci invidiano.

00000003In Europa il Cedro del Libano si è diffuso a partire dal secolo XVII ed il suo legno solido, durevole e compatto è stato apprezzato fin dall’antichità, quando veniva usato per la costruzione di navi e palazzi. L’attuale Pincio un tempo era l’orto e chiostro dei Francescani Conventuali locali e dopo che nel 1867 fu abbattuto il muraglione ed eliminato il chiostro, nel 1873 si realizzò il piazzale con il passeggio, e messo a dimora questo cedro del Libano, in abbinamento con il gemello, oltre che la siepe. In questo modo il nostro cedro del Libano oggi dovrebbe avere un’età superiore ai 145 anni, potendosi considerare a ragione uno dei più vecchi delle Marche. Un bel primato di cui dovremmo essere molto orgogliosi.
Comunque i nostri amministratori potrebbero richiedere un parere tecnico al Corpo Forestale dello Stato per poter stabilire l’età della nostra pianta, effettuando anche tutte le rilevazioni tecniche del Cedro del Libano del nostro Pincio.

Notizie tecniche e storiche tratte da:
Marche, 50 alberi da salvare. I più importanti della regione. Vallecchi
Editore 1984 a cura di Valido Capodarca.
Alberi custodi del tempo, a cura della Provincia di Macerata, prima
edizione 2004, Seconda edizione 2005.
Presso Biblioteca Comunale “Carlo Cenerelli Campana” Potenza Picena.

Articoli correlati:

Read Full Post »

a cura di Luca Carestia

Questionario 1885

Frontespizio del questionario del 1885 riguardante la città di Potenza Picena. (Archivio Storico Comunale di Potenza Picena)

Nella seconda metà dell’Ottocento la precaria situazione igienica del Paese (già scosso da diverse ondate epidemiche) indusse la classe medica, politica e amministrativa ad attuare degli interventi di miglioramento delle condizioni igieniche degli abitati. La necessità di organizzare queste operazioni richiese però una specifica conoscenza del territorio nel quale si doveva agire. A tal fine, con una lettera circolare del 9 gennaio del 1885, il Ministero dell’Interno propose di effettuare un’inchiesta nazionale dove si esponevano alcuni quesiti attraverso i quali si cercava di conoscere la situazione di tutti i Comuni del Regno.

Filtrate da un interesse rivolto principalmente alla conoscenza degli aspetti igienico-sanitari, le ventuno questioni tendevano a raccogliere informazioni sulla natura delle risorse idriche presenti nei territori comunali, quali erano le maggiori attività occupazionali della popolazione, il loro stato fisico e le patologie maggiormente diffuse. Erano poi richieste notizie sulle condizioni delle vie e delle abitazioni, sulla presenza di cimiteri e come erano strutturati, quanti e quali erano gli istituti di accoglienza e le case di detenzione.

Conservato presso l’Archivio storico comunale della nostra città, il questionario riguardante Potenza Picena ci offre l’opportunità di apprendere molte informazioni e di (ri)scoprire alcuni aspetti della comunità potentina di fine Ottocento che, non discostandosi molto da altre realtà limitrofi, era fortemente ancorata a un’economia essenzialmente rurale. Risulta infatti che i residenti (circa 7400 unità) erano in gran parte occupati nel settore agricolo e nell’industria del bestiame composta in prevalenza da bovini (1200 capi), ovini e suini. In città vi era un pubblico macello, tre spacci di tabacchi e cinque di liquori dei quali, salvo rarissime eccezioni, non vi è abuso. Vi erano poi due farmacie, un asilo per bambini, un orfanotrofio, delle carceri mandamentali e un civico ospedale. Il personale sanitario, tutto in condotta, era composto da due medici chirurghi, un flebotomo, tre levatrici e due veterinari.

Molto estesa era la bachicoltura che, svolgendosi prevalentemente durante il periodo primaverile e non interferendo quindi con l’intensa attività a cui la famiglia contadina era impegnata nei mesi estivi, aveva anche il vantaggio di aggiungere un modesto reddito al lavoro mezzadrile.

Questionario 1885

Immagine della Madonna delle Gallette invocata dai bachicoltori. (Civica raccolta di stampe A. Bertarelli, Milano)

La questione riguardante l’alimentazione ci informa poi che la dieta dei possidenti era composta in prevalenza da carni di vitello e vino, mentre la classe agricola e i campagnoli si cibava di frumentone, riso, patate, legumi ed erbaggi, bevendo abitualmente acqua che, attinta da pozzi o raccolta in cisterne, veniva levata con pompa solo da pochi privati. Tra essi è comunque interessante notare che il possesso di una conduttura per le acque potabili con tubi di piombo era esclusivo privilegio di una Villa particolare. Tale dimora, dotata di un acquedotto privato della lunghezza di circa 3 km, è come ovvio aspettarsi la Villa dei conti Buonaccorsi presso Montecanepino.

Le acque avviate al Comune erano invece incanalate in parte per condotti chiusi ed a piccola distanza. In merito a questi sistemi di canalizzazione è bene comunque ricordare che anche negli anni a seguire si riscontrano nel nostro archivio numerose richieste di intervento a causa delle infiltrazioni che, particolarmente evidenti negli ambienti sotterranei delle abitazioni, arrecavano danno alla casa e all’igiene.

Scorgendo poi altre interessanti informazioni sui sistemi di conservazione ed approvvigionamento idrico utilizzati al tempo, dal questionario apprendiamo la presenza di una cisterna d’acqua sorgiva con pompa idraulica ed un pozzo d’acqua piovana nella pubblica piazza. Una testimonianza sulla collocazione di questi vani sotterranei possiamo averla in una rara foto scattata proprio in quel periodo. In essa è interessante notare anche il quadrante ottagonale dell’orologio della torre e la mancata presenza della fontana centrale, manufatto questo installato pochi anni prima dell’inizio del XX secolo.

Nel quesito vengono poi segnalate altre due cisterne nelle vie della città e molti pozzi privati. In questo caso è probabile che una delle due cisterne in questione sia quella atta ad assolvere i bisogni dell’Orfanotrofio. Nel registro delle delibere della locale Congregazione di Carità appare infatti la conferma a procedere ai lavori per rendere potabile l’acqua dato che, contrariamente a quanto le regole d’arte ed igiene suggeriscono, discende senza grondaie e tubi sul pavimento del cortile e da qui penetra nella cisterna.

Potenza Picena - Piazza Principe di Napoli

La Piazza Principe di Napoli in una foto degli ultimi anni dell’Ottocento.  Nelle aree evidenziate sono visibili i sistemi utilizzati per prelevare l’acqua dalla cisterna e dal pozzo.

Curioso poi è constatare che nella questione trattante le acque minerali e termali viene menzionata una sorgente di acqua salino-minerale in contrada Redefosco della quale manca l’analisi qualitativa e quantitativa. Sebbene sconosciuta a molti, tale sorgente risulta comunque essere stata utilizzata per vari usi fino a pochi decenni fa. In merito poi alle analisi di quest’acqua è opportuno osservare che, contrariamente a quanto si afferma nel questionario, negli anni sessanta dell’Ottocento esse furono oggetto di interesse da parte del dottor Dazio Olivi (medico condotto a Monte Santo). Vi sono infatti documenti d’archivio che attestano uno scambio epistolare tra l’Olivi e il farmacista lauretano Giuseppe Cesaroni circa il compimento di una esatta analisi dell’acqua per conoscere sia la qualità sia la quantità degli elementi costitutivi della medesima. Benché i motivi di tale indagine deriverebbero infatti dal desiderio del dottor Olivi di conoscere in quali malattie potesse venire amministrata con utilità degli infermi, rimane comunque la perplessità di questa mancata informazione nel questionario anche perché, già all’epoca, i risultati di queste analisi erano reperibili in varie pubblicazioni di natura statistica.

Sebbene quindi come in questo caso alcune risposte sono da considerarsi non corrette o comunque alquanto ondivaghe, dalla lettura del questionario emerge l’immagine di una società che tenta di minimizzare una situazione igienico-sanitaria abbastanza fragile, funestata da non infrequenti affezioni. L’alto tasso di mortalità infantile, i numerosi casi di scabbia e di malattie intestinali, l’angina difterica che si è mantenuta per molti anni quale malattia comune, unita poi ad una significativa diffusione del vaiolo (1872), della scarlattina (1879) e non ultimo il colera morbus che nel 1855 assunse forma epidemica contagiosa con vittime tanto nella città che nel contado, delineano una cronicità caratterizzata da eventi tutt’altro che rari e da un quadro clinico lacunoso in cui delle malattie predominanti, come delle varie epidemie manifestatesi, non venne fatto nessun resoconto. Affidare quindi le speranze a una “chirurgia urbana” capace di estirpare la causa di questi malanni divenne negli anni a seguire la direzione verso la quale protendere.

Questionario 1885

Progetto di una ghiacciaia realizzato nel 1886 dall’ing. Gustavo Bevilacqua per la città di Potenza Picena. Tale proposta venne accantonata a causa dei suoi elevati costi di realizzazione. (ASCPP)

La tutela degli abitati e degli abitanti si impose infatti alla fine del XIX secolo attraverso degli interventi disciplinati da una specifica normativa che troverà nella legge 5849 del 22 dicembre 1888 il maggior provvedimento legislativo in materia. La salubrità dello spazio urbano cercherà nelle applicazioni idrauliche lo strumento capace di ottenere quel risanamento da tempo auspicato, orientando principalmente la sua azione nel sottosuolo delle città. Depurare l’ambiente da tutte quelle situazioni insalubri, obsolete e capaci di produrre malattia, attraverso delle opere capaci di gestire l’afflusso e il deflusso delle acque,  investendo anche in strutture capaci di limitare la deperibilità dei cibi, costituì un atto di notevole importanza perché capace di arginare quegli aspetti che potevano rappresentare delle potenziali criticità.

Risalgono infatti a quegli anni alcuni interventi in questa direzione. Due esempi in tal senso risultano essere la costruzione dell’acquedotto a opera della ditta F.lli Torresi di Macerata su progetto dell’ing. Pallucchini di Fossombrone e l’edificazione in sotterraneo di una neviera comunale, sulla quale si era avviato un lungo dibattito già in anni precedenti. Tali opere, trovando nella corrente igienista del tempo un valido alleato, offrirono un concreto sostegno a un risanamento urbano di più vasto raggio, assumendo anche un ruolo di non secondaria importanza nella prevenzione di pericolose epidemie che traevano dalle carenze igienico-sanitarie terreno fertile alla loro diffusione.

Documenti allegati:

Articoli Correlati:

 

 

Read Full Post »

a cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri
Campane Torre CivicaLa Torre Civica in Piazza Giacomo Matteotti a Potenza Picena, oggi alta metri 34,50 ma fino al 1886 copresa la cuspide era di metri 46,90, cioè 12,90 metri in più, conserva al suo interno, nella cella campanaria, n° 4 grandi campane in bronzo, di cui n° 3 realizzate nel 1950 dalla premiata Fonderia del Cav. Giuseppe Pasqualini e Figli di Fermo. Le tre campane antiche della nostra torre, nel passato una delle più alte della provincia di Macerata, progettata dall’architetto di Como Pietro Augustoni e la cui prima pietra è stata posta il giorno 10 giugno del 1732, al pari di tante altre campane dei nostri campanili delle chiese locali, il giorno 16/4/1943 sono state requisite dalle autorità militari italiane per fonderle ai fini di guerra.
Terminata la seconda guerra mondiale, lo Stato Italiano ha provveduto a consegnare delle nuove campane alle chiese e ai comuni, in applicazione del Decreto Legislativo del Capo provvisorio dello Stato del 6/12/1946, fornite dalla ditta del Cav. Giuseppe Pasqualini e Figli di Fermo.
Le tre campane della torre civica sono state benedette da Don Gustavo Spalvieri il giorno 21/5/1951, Sindaco Antonio Carestia, presenti anche don Giuseppe Mosconi e don Dante Marazzi e quel giorno l’operazione di ricollocamento sulla torre è stata immortalata dalle fotografie di Bruno Grandinetti, che noi, grazie alla disponibilità della Fototeca Comunale a lui intitolata, facciamo conoscere a tutti per la prima volta.
Campane Torre CivicaLe campane sono tutte diverse ed ognuna ha la sua effigie sacra: la più grande, quella che viene battuta per le ore, della Madonna dell’Assunta, la più piccola, quella del suono dei quarti, della Madonna della Pace e la media della Madonna dell’Addolorata.
Oggi tutte e quattro le campane della torre sono bloccate ed andrebbero se possibile riattivate in modo che la popolazione di Potenza Picena possa di nuovo sentire il loro suono armonioso, che nel passato scandiva la vita cittadina e venivano azionate manualmente da un addetto, chiamato campanaro. Già dopo le gravi conseguenze del fulmine del giorno 11 gennaio 1886, che ha distrutto la cuspide della torre, due delle quattro campane erano state sostituite in quanto cadute e rotte.
L’anno successivo, cioè nel 1887, una è stata fornita dalla Fonderia di Pasquale Pasqualini e Figli di Montedinove, che poi si sono trasferiti a Fermo, mentre la seconda è stata prelevata dalla chiesa di S. Croce, sempre di Potenza Picena.

Articoli correlati:

 

 

Read Full Post »

A cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri

Borroni Ulderico

Quando si parla di fornai a Potenza Picena, si deve parlare della famiglia Borroni, giunta alla quarta generazione impegnata costantemente dal 1919 nella produzione e vendita di pane per la locale comunità. La famiglia Borroni a Potenza Picena si identifica con la produzione del pane, come le famiglie Clementoni, Granati e Persichini con l’edilizia, i Mazzarella e gli Scoccia con le scarpe, gli Orselli e i Pastocchi con la falegnameria, e in passato i Grandinetti con le corde, i Mancini (Catillo), i Carestia e i Chiatti con i birocci, i Galeazzi (Coccioni) con le terracotte ed i Ceccotti con le fornaci.
Tutto inizia con il capostipite della famiglia Borroni, Olderico (che in seguito verrà chiamato Ulderico), nato a Potenza Picena il 23/9/1892 da Sante, contadino, e da Filomena Paparelli, casalinga, in c/da Giardino 249, nella zona di Montecanepino. Olderico era il terzo di 6 figli. Partecipa alla prima guerra mondiale come caporale del 6° Reparto Sussistenza avanzata dei Bersaglieri, combatte a Palmanova, contrae la malaria e viene insignito del distintivo di fatiche di guerra, campagna italo-austriaca.
Proprio durante il conflitto mondiale impara l’arte della panificazione, e terminata la guerra, rientrato a Potenza Picena, il 6 Settembre del 1919 apre in Via Massucci (l’attuale Via Mariano Cutini) il forno con negozio per la vendita del pane. Il giorno 11 Maggio 1919 sposa la sig.ra Beatrice Benedetti (Giuditta), figlia di Giuseppe e di Adelaide Milli, nata a Morena di Gubbio il 19/4/1888, che sarà fondamentale per lo sviluppo dell’attività del forno, anche dopo la morte del marito. Infatti Olderico muore prematuramente a Potenza Picena il 13/1/1934, lasciando la moglie Giuditta sola insieme ai tre figli nati dalla loro unione, Giuseppe, Antonio e Mario. Un quarto figlio, Olivo, nato il 25/2/1925, era morto il 6/1/1927, a soli 2 anni.

Benedetti Giuditta con i figli

Giuditta con tenacia, da sola, porta avanti sia la famiglia che l’attività artigianale e commerciale del forno, che prosegue senza interruzioni, e quando i figli sono grandi la aiutano nel lavoro. La sig.ra Giuditta muore il 24/7/1974. Dopo la morte di Giuseppe, il 22/6/1963, che era subentrato alla madre nella gestione del forno, assume un impegno preminente il fratello Antonio, morto il 28/3/1974, con la moglie Lina Sabbatini, mentre Mario, morto il 6/9/1981, aprirà lo Snack Bar in Largo Leopardi.
Giuseppe oltre che essere stato impegnato nella gestione del forno, è stato valente cuoco presso 1’Istituto Elioterapico “Divina Provvidenza” (l’attuale S. Stefano) di Porto Potenza Picena e ha gestito prima una Trattoria-Rosticceria in Piazza della Stazione sempre al Porto, poi il Motel Agip lungo la Nazionale ed infine l’Albergo Centrale di Potenza Picena in Piazza Matteotti.
L’attività del forno verrà proseguita dai figli di Antonio, Fabio, Ulderico(Massimo), Miriam e Sebastiano. Oggi continuano i figli di Fabio, Matteo, Eva ed Andrea. Eva è specializzata nella produzione di dolci e panettoni.

Lina Sabbatini

La nobile attività di fornaio a Potenza Picena è documentata già dal 1861. Erano presenti all’epoca due forni nel Capoluogo, il più antico in Via Massucci (l’attuale via Mariano Cutini), gestito prima da Giostra Carlo e dalla moglie Cingolani Rosa insieme al genero Delmonte Vincenzo, poi fino al 1914 da Lanciani Giuseppe (probabilmente lo stesso forno poi rilevato da Olderico Borroni e dalla moglie Giuditta Benedetti nel 1919), e un altro in Via Marefoschi, vicolo del forno, gestito dalla famiglia dei Properzi di Morrovalle, prima Aldebrando con la moglie Teresa Baldassarri, poi dal nipote Giuseppe con la moglie Delmonte Nicolina (Maria) e la figlia Caterina. Nel Novecento vi sono state altre famiglie che hanno gestito forni a Potenza Picena, come quella di Andreani Enrico (detto “lo fornaretto”) con la moglie Iginia Rebichini, rilevato successivamente dalla famiglia di Spalletti Nazzareno, e quella di Giovanni Natali (Nanni de Macerata). A Porto Potenza Picena i primi forni risultano quelli gestiti dalle famiglie di Pavoni Teresa, Giustini Antonio, Carlocchia Giuseppe e la moglie Foresi Gina. A Montecanepino ricordiamo Adino Romagnoli, mentre in precedenza c’era un forno pubblico dove chiunque portandosi la legna lo poteva utilizzare. Risultava un forno anche all’interno della Villa Bonaccorsi a Castel S. Filippo di Montecanepino, nel Monastero delle Suore Figlie dell’Addolorata (le Monachette) e nel Convento dei Frati Minori.

Gli attuali attuali gestori del forno

Anche la toponomastica dei due centri ricordava la presenza dei forni. Infatti sia a Potenza Picena che al Porto vi erano anticamente due vie Vico del Forno, in prossimità dei laboratori artigianali di produzione, oggi non più presenti. Attualmente abbiamo solo un nuovo vicolo del Forno nel Capoluogo, che si trova in prossimità proprio del laboratorio della famiglia Borroni, che collega le vie Mariano Cutini e Bruno Mugellini.
Oggi a Potenza Picena oltre al forno della famiglia Borroni, abbiamo un altro forno gestito dalle famiglie Capodaglio e Braconi in Via Vittorio Veneto, mentre a Porto Potenza Picena vi sono tre forni gestiti da Pagnanini Mario, dagli Eredi Sanità Marcello di Sanità Fabrizio e da Marzioli Renato di Borini e figli. Quella della panificazione è un’attività molto nobile, ma impegnativa che richiede tanti sacrifici e rinunce. Auspichiamo che la famiglia Borroni, con gli attuali rappresentanti, i fratelli Matteo, Eva e Andrea, festeggeranno il secolo di attività nel settembre di quest’anno.

Documenti allegati:

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: