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Archive for the ‘Il paese’ Category

A cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri.

La Torre Civica di Piazza Matteotti a Potenza Picena è il simbolo della nostra comunità ed è necessario conoscere la sua storia.

Lapide del 1923

L’attuale struttura quadrata, che termina con un terrazzetto, alta in totale 34,50 metri (rilevazione effettuata dal prof. Gianfranco Morgoni di Potenza Picena) è il risultato dell’ultimo lavoro di restauro effettuato dopo che nella notte dell’ 11 gennaio 1886 un fulmine aveva danneggiato in modo irreparabile la cuspide, di forma ottagonale ed alta complessivamente 46,90 metri, cioè 12,40 metri in più rispetto all’attuale, una delle più alte di tutta la provincia di Macerata (come afferma anche Carlo Cenerelli Campana nel suo libro sulla storia di Monte Santo del 1852). Il fulmine aveva causato gravissimi danni alla struttura, ma purtroppo, per gli alti costi necessari per la sua ricostruzione, fu deciso di mettere al suo posto una ringhiera con pilastrini. Gli amministratori dell’epoca chiamarono per i lavori di restauro un ingegnere architetto di Ancona, Gustavo Bevilacqua, amico di un amministratore, anche lui originario di Ancona, il dott. Felice Schelini, eroe garibaldino. I lavori murari furono eseguiti da Cesare Sensini di Potenza Picena.

Il fulmine aveva anche danneggiato, facendole cadere al suolo, due delle quattro campane della Torre e l’orologio. Il nuovo orologio fu acquistato dalla ditta di Milano Isidoro Sommaruga, compresi i due quadranti, mentre, per quanto riguarda le campane, una venne acquistata dalla ditta Pasqualini Pasquale di Montedinove (ditta poi trasferitasi successivamente a Fermo), mentre per la seconda si decise di utilizzare un’antica campana della chiesa di Santa Croce dell’omonimo quartiere di Potenza Picena, di proprietà del demanio dello Stato. Un altro importante intervento intrapreso dopo i danni causati dal fulmine fu quello di installare un parafulmine, per evitare danneggiamenti legati agli agenti atmosferici.

L’originaria torre, la cui prima pietra fu posta il giorno 10 giugno 1732, secondo lo storico locale dott. Roberto Domenichini (il relativo documento si trova presso il nostro archivio storico comunale), era dotata di una cuspide, la stessa che fu danneggiata dal fulmine del 1886, alla quale lavorò alla fine del Settecento l’architetto ingegnere Pietro Augustoni (Como 2/7/1742- Fermo 12/10/1815).

Torre civica di Potenza Picena vista da via Silvio Pellicolo. Foto Bruno Grandinetti. 1960 circa.

All’esterno della cuspide era piantato un olivo benedetto, che la nostra comunità collocava per tradizione.

Sul lato destro della torre si trovava il Palazzetto del Podestà o Pretorile, a sinistra c’era il macello ed un arco li collegava. L’arco nel 1732 venne demolito per costruire al suo posto la nuova pubblica Torre della Comunità di Monte Santo. Il doppio quadrante fu introdotto con i lavori del 1732, con quadranti ottagonali in pietra con numeri arabi (1,2,3 ecc.), oltre al quadrante era presente anche una meridiana. Dopo i lavori del 1886 vennero collocati due quadranti metallici Sommaruga con numerazione romana (I, II, III ecc).

Nel 1938, quando si decise di costruire il Palazzo con il serbatoio dell’acquedotto comunale, questo fu posizionato accanto alla Torre, una scelta molto discutibile, in quanto stona molto con l’antichità della Torre ma soprattutto con il Palazzetto del Podestà e rompe la simmetria in altezza.

Nel 1943 anche le campane della Torre Civica furono prelevate per essere fuse per fini bellici. Solo dopo la fine della 2° guerra mondiale, il giorno 21/5/1951, le tre nuove campane fuse dalla ditta Pasqualini Giuseppe e figli di Fermo vennero ricollocate al loro posto sulla nostra Torre.

La Torre Civica è stata il soggetto di diversi quadri antichi: vogliamo ricordare, in particolare, il quadro di San Sisto del sec. XVII, che probabilmente rappresenta l’unica raffigurazione antica, prima della ricostruzione con la cuspide ottagonale del 1732. Questa raffigurazione è presente invece nel quadro di Benedetto Biancolini del 1770, il “Sant’Emidio”, oggi collocato all’interno della Sala Giunta “Antonio Carestia” nel contesto del palazzo municipale.

Propsetto della Torre Civica prima e dopo il fulmine del giorno 11 gennaio 1886 redatto dal Prof. Gianfranco Morgoni.

La Torre comunale, inoltre, il giorno 30/06/1944 fu colpita da una cannonata tedesca sparata dalle colline di Recanati che causò 5 morti in Piazza, mentre un’altra cannonata colpì un’abitazione in C.da La Concia e provocò altri 3 morti. La cannonata danneggiò la Torre, distruggendo la lapide che ricordava la caduta dei santesi della prima guerra mondiale, disegnata da Giuseppe Mainini di Macerata ed inaugurata nel 1923. Questa lapide, dopo la fine della seconda guerra mondiale fu ricostruita di nuovo, aggiungendo anche i nomi dei caduti della seconda guerra mondiale ed i partigiani locali Mariano Cutini e Mariano Scipioni.

Altre lapidi sono state collocate sulla Torre nel corso degli anni, vogliamo ricordare la prima del 1905, poi spostata sulla parete del Palazzetto del Podestà, dove si trova oggi, che ricorda alcuni personaggi famosi santesi del passato, come il medico Orazio Augeni, il conte Mons. Alessandro Buonaccorsi e Ludovico Marefoschi. Nel 1955, in occasione della proclamazione di Potenza Picena “Città di Maria”, fu collocata una statua in terracotta della Madonna dell’Assunta, opera dello scultore di San Ginesio Nino (Giovanni) Patrizi, fratellastro del Sindaco di Potenza Picena di quel periodo, il prof. Lionello Bianchini.

Nel 1968, in occasione del 50° anniversario della fine della prima guerra mondiale, venne collocata una targa a ricordo.

Infine il giorno 25 aprile 2000 fu collocata una lapide a ricordo degli 8 morti in conseguenza delle due cannonate tedesche del 30/06/1944.

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A cura di Luca Carestia

Nella parte nord-ovest della città di Potenza Picena ricorre con particolare frequenza il toponimo cava: contrada della cava, fosso della cava, porta della cava e fonte della cava.  L’origine di questo termine sarebbe da ascrivere – secondo il Cenerelli Campana – alle attività estrattive che in passato hanno interessato quest’area. Gli «strati di creta smaltati di sostanza argentea» ritrovati durante lo scavo delle fondamenta della fonte della cava, fanno supporre allo storico santese che nella zona vi fosse una cava, successivamente abbandonata perché la «spesa non era compensata dalla rendita».

Sebbene nella città di Potenza Picena (già Monte Santo) la lavorazione della terracotta risulti attiva già nel tardo Trecento e altre testimonianze ne riferiscono il prosieguo anche nei secoli successivi, è bene però osservare che non si ha certezza dove questa attività di scavo fu condotta, quale sia stata la sua entità e se l’escavazione venne praticata a cielo aperto o in galleria. Tuttavia, questa esitazione sembra svanire nella tradizione popolare dato che l’esistenza di una cavità sotterranea, capace di estendersi fin nel cuore della città, risulti opinione abbastanza diffusa.

Riferimenti in proposito ci giungono da uno scritto in vernacolo di Severino Donati e da una nota contenuta nel libro Da Potentia a Monte Santo a Potenza Picena di Vincenzo Galiè. In entrambi i testi i due autori concordano nel posizionare nell’area adiacente la fonte della cava e dell’omonima porta, l’ingresso di una lunga galleria capace di raggiungere la piazza principale, finendo poi il suo percorso in un pozzo situato nei pressi dell’angolo dove c’era la chiesa di San Giovanni de Platea.

Raduno in Piazza Principe di Napoli (oggi Piazza Matteotti) negli anni trenta del Novecento. A destra si noti la chiesa di San Giovanni de Platea.

Idea di indubbio fascino, apparentemente avallata anche da un curioso toponimo che già dal XIV secolo compare nelle succinte annotazioni del Vogel (1756-1817). Tra gli appunti del sacerdote alsaziano vi è infatti la segnalazione di una «porta coniculi» negli Annali di Monte Santo del 1365, di una «porta Conocchiarii» in quelli del 1425 e, «sita in conichiario prope ortum S. Francisci», viene poi indicata un’abitazione. Considerando che il vocabolo cuniculus (cunicolo) è all’origine del termine conocchiario (o cunicchiaro), la presenza di quest’ultimo toponimo nella documentazione cittadina del basso Medioevo sembrerebbe quindi dare una certa validità alla presenza di una “grotta” – o meglio -, di un cunicolo nella zona.

La stretta relazione tra quest’opera e uno specifico settore della città deve però rendersi evidente attraverso altre prove, capaci di documentare anche la possibile funzione assolta da questo cunicolo. Nelle antiche fonti letterarie ed epigrafiche il termine cunicolo veniva infatti usato per identificare un transitum occultum, una via sotterranea utile per vari scopi. Poteva indicare un percorso militare, far riferimento a un angusto passaggio minerario oppure suggerire opere di natura idraulica come canali e acquedotti. In questa prospettiva, orientata a valutare i probabili elementi che possono far emergere questo rapporto, l’accenno del Cenerelli Campana a «riadunare nell’esterno le acque, ed in prossimità alle mura castellane, che fluiscono dall’interna fonte della Cava», credo possa rappresentare un promettente percorso di ricerca, perché in grado di svelare scenari inediti sulle questioni sollevate nelle righe precedenti.

Un cunicchio da indagare

Il passo poco sopra citato precede le considerazioni dello storico santese sul «nome di Cava», e fa riferimento agli interventi effettuati per la costruzione di una nuova fonte pubblica da collocarsi all’esterno delle mura cittadine.

Nella Mappa del Circondario di Monte Santo del 1817, appare una struttura segnalata come «nuova costruzione di una Fontana», mentre un’altra viene identificata come «antiche Fonti della Cava». Essendo queste ultime «in parte dirute» venne proposta una loro «rimessa in attività» ma, vista la «gravissima spesa» per questo intervento e l’ampliamento della «strada esterna che collega la Porta Girola con quella di Galazzano», ciò non avvenne e si decise di costruire una nuova fonte, utile a chi era in transito verso località prossime al nostro comune. Le “acque interne” che fluivano dall’antica fonte della cava vennero quindi “riadunate” e convogliate in prossimità delle mura castellane, presso una fonte di nuova costruzione.

Mappa del Circondario di Monte Santo del 1817. A: porta della cava. B: «antiche Fonti della Cava» C: «nuova costruzione di una Fontana»

Svelando importanti interventi idraulici, cenni sulla presenza di una grotta compaiono in un resoconto del 1821. Nell’agosto di quell’anno venne redatto un elenco di lavori necessari a ripristinare un corretto flusso d’acqua presso la fonte della cava. Nello scritto si fa riferimento all’ispezione di una grotta e al lavoro di sterro da compiersi per tutta la lunghezza della cavità al fine di predisporre un nuovo canale per «trasportare l’acqua nelle tre cannelle». Nel settembre dell’anno successivo si fa cenno alla «livellazione della Fontana della Cava, incominciando dalla Cisterna dove è la sorgente per fino alle Fonti Vecchie entro l’abitato». Infine, ulteriori lavori nel «cunicolo ove scorre l’acqua» ed altri «necessari ripari di cui abbisogna la cisterna ove evvi la sorgente» vengono eseguiti nel 1855, ribadendo così, in maniera inequivocabile, la presenza di un cunicolo e di una cisterna destinata alla raccolta d’acqua sorgiva.

Resoconto del 1821 riguardante i lavori da effettuarsi nella fonte della cava.

A tali testimonianze va aggiunta poi una relazione degli anni Trenta del secolo scorso che, sottolineando la costante opera manutentiva praticata nel tempo all’interno questa cavità, offre la possibilità di comprendere meglio il suo sviluppo. Nello scritto si fa presente che il sig. Agostino Asciutti, abitante in via Cesare Battisti, chiese al Comune di Potenza Picena un sussidio in denaro per ricostruire la propria casa, crollata – a suo dire – a causa dell’«improvviso franamento di una grotta sottostante la sua abitazione». Al fine di verificare se sussistevano eventuali responsabilità da parte del Comune, il locale Ufficio Tecnico iniziò a condurre degli accertamenti all’interno della «grotta (o galleria) della cava». Vennero notati piccoli crolli dovuti a «rilasci delle stratificazioni di tufo arenario misto ad argilla della volta» tali però da non destare preoccupazione di stabilità e quindi non imputabili al crollo dell’abitazione. Oltre ciò, «la imponente massa di terreno soprastante la grotta, che nei punti più critici arriva ad avere lo spessore minimo di mt.17», non aveva subìto cedimenti di rilevante importanza e pertanto rappresentava un ulteriore elemento in disaccordo con la tesi del sig. Asciutti che, in tal maniera, vide naufragare la sua richiesta.

Ad incrementare le testimonianze sulla presenza della cosiddetta “grotta (o galleria) della cava” va infine citato lo «Stato finale dei lavori in muratura eseguiti al rifugio della Cava». Durante l’ultimo conflitto mondiale la cavità fu infatti ritenuta idonea per ospitare un rifugio antiaereo e, per garantire una maggiore sicurezza a tutto l’ipogeo, vennero effettuati alcuni interventi. A sostegno della volta furono costruiti 8 archi in muratura «a sesto intero con pilastri da 30 cm»; «in fondo ad una Galleria» venne eretto un muro di chiusura che, alto 2 metri e largo 1,50, ci consente di valutare le dimensioni della galleria, mentre «ad una svolta di incrocio» ne fu posto uno di sostegno.

Agostino Asciutti

Un ambiente da immaginare

Nonostante tutte queste informazioni ci offrano la possibilità di individuare l’area in cui questa cavità si trovi, gli interrogativi irrisolti sono ancora molti. Se l’incertezza principale riguarda il reale sviluppo del suo tracciato, lasciando anche incognita la direzione e la lunghezza di possibili tratti che da quella «svolta di incrocio» potrebbero estendersi, altri dubbi avanzano per la presenza all’interno dell’ipogeo di opere di raccolta e canalizzazione dell’acqua. Queste, offuscando l’ipotesi estrattiva proposta dal Cenerelli Campana, offrono esplicite evidenze alla funzione idraulica del cunicolo che, però, non trova un chiaro riscontro della sua estensione fino al pozzo della cava.

Sebbene possa confortare l’idea che la «cisterna ove evvi la sorgente» corrisponda – per dirla con le parole di Severino Donati – al «pozzo, lla lo spigolo verso la cchjesa de Sagnuànno», alcune perplessità impongono una certa cautela che è bene conservare fino a quando non si avranno ulteriori prove, utili per valutare il tutto con maggiore chiarezza. Poter disporre di una più ampia documentazione potrebbe infatti dissipare molti dubbi, ma, ad oggi, possiamo solo immaginare se lo sviluppo e la funzione originaria di questo cunicolo vada oltre le evidenze che si sono imposte.

Supporre l’esistenza di luoghi che si trovano sottoterra è lecito, la loro perfetta invisibilità può innescare nella nostra immaginazione una sorprendente moltitudine di forme e spazi che si plasmano nell’ascolto di un flebile sussurro. Come la città invisibile di Argia «da qua sopra, non si vede nulla; c’è chi dice: «È là sotto» e non resta che crederci. Di notte, accostando l’orecchio al suolo, alle volte si sente una porta che sbatte».

Mappa del centro storico di Monte Santo tratta dal catasto gregoriano. In evidenza alcuni punti di interesse citati nel testo. 1: porta della cava. 2: nuove fonti della cava. 3: antiche fonti della cava. 4: casa Agostino Asciutti. 5: pozzo della cava. 6: via del cunicchiaro (attuale via Galvani). Il tratto 2-5 indica l’ipotetico tracciato della “grotta (o galleria) della cava”.

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Versante della collina interessato dalla presenza della sorgente Redefosco.

Offrendo spazio a ricerche di carattere storico riguardanti prevalentemente il territorio della bassa valle del fiume Potenza, la rivista Storia & storie nelle Marche accoglie nel suo ultimo numero una ricerca condotta da Luca Carestia su due sorgenti di acqua minerale poste nel territorio tra Potenza Picena e Recanati.

Accennato in questo blog più di un anno fa, il tema era stato trattato in un articolo riguardante l’inchiesta sanitaria nazionale condotta nel 1885. Riprendendo quanto scritto per l’occasione, il contributo di Luca Carestia concentra la sua indagine sui documenti che dal 1851 al 1941 hanno dato notizia di queste sorgenti. Notiziari, bollettini e pubblicazioni di carattere medico e statistico hanno infatti preso in esame queste risorse, descrivendone aspetti fisici, chimici ed avanzando possibili prospettive di sfruttamento.

La conoscenza per «quali malattie potesse venire amministrata con utilità degli infermi», fu infatti il motivo che nella metà dell’Ottocento spinse il dottor Dazio Olivi (1814-1889), medico condotto nella città di Monte Santo, ad effettuare delle analisi e pubblicare una relazione Sull’acqua salsoiodica di Montesanto. Avvalendosi della collaborazione del farmacista lauretano Giuseppe Cesaroni – che si era occupato anche delle acque minerali dell’Aspio – l’Olivi avviò un’indagine sulla sorgente de Le Fontanelle la quale, visti i promettenti risultati ottenuti, offrì al medico occasione di «sperimentarla nella cura delle maggiori affezioni diffuse tra la popolazione santese».

Frontespizio de I Tesori Sotterranei dell’Italia. All’interno del volume sono contenute alcune notizie sulle sorgenti de Le Fontanelle e Redefosco.

Le potenzialità scaturite dalle indagini condotte, unite anche alle «qualità note da tempo ai medici ed in ispecie dal già medico Primario Filocolo Martinelli» che si occupò della sorgente di Redefosco, furono validi presupposti per avallare una divulgazione più ampia, capace di estendersi sia a livello provinciale che nazionale. La partecipazione all’Esposizione Italiana del 1861 e, successivamente, all’Esposizione di Macerata del 1865 ne sono un esempio.

Da un’indagine statistica del 1868, tra le 1629 sorgenti elencate vi furono incluse anche quelle de Le Fontanelle e Redefosco. Impiegate entrambe per la cura delle malattie cutanee, l’uso in bevanda era consigliato per la prima, l’utilizzo in bagni era invece indicato per la seconda. Negli anni successivi riferimenti alle loro proprietà si trovano in varie pubblicazioni quali, ad esempio, la Geografia medica dell’Italia, il Dizionario Universale topografico storico fisico-chimico terapeutico e ne I Tesori sotterranei dell’Italia del 1874.

Nel corso del XX secolo le citazioni si fecero però via via più esigue fino a farsi sporadiche o marginali. Se per la sorgente Redefosco non appaiono notizie di particolare rilevanza, sulla sorgente de Le Fontanelle alcuni riferimenti si trovano nel bollettino Il Metano. In esso si fa menzione della presenza di «acqua minerale con gas» riscontrata presso il «Molino Fontanelle di Recanati», un luogo questo considerato interessante non per le già note “motivazioni di carattere idrico”, ma per le «condizioni assai favorevoli per una ricerca di petrolio» che ne richiamava, in regime di autarchia, estese «indagini esplorative ed una ricerca a mezzo di trivellazioni».

Dagli anni cinquanta del Novecento non risulta emergere più alcuna segnalazione, lasciando così supporre un mancato interesse da parte della pubblica amministrazione verso questa risorsa. Ciò, tuttavia, è da escludersi per i privati cittadini, le cui testimonianze orali raccolte confermano un utilizzo non interrotto anche in anni recenti. Per la sorgente Redefosco va infine ricordato che, come scrisse Vincenzo Galiè nel suo Da Potentia a Monte Santo a Potenza Picena, la presenza di un antico Rio Salsula prossimo alla sua zona, venne segnalato in un antico documento medievale. L’autore fa infatti riferimento a un «atto del 1028 che indica una via che da S. Stefano scende al fosso Salsule e al Potenza», osservando che la presenza di un “elemento salino” abbia «facilitato lo stanziamento e la permanenza di una comunità nei secoli in questo spazio».

Purtroppo, a causa della pandemia di covid-19, la presentazione di questo numero della rivista è stata rimandata. Sarà nostra premura informarvi sulla nuova data proposta, così da dare possibilità agli interessati di partecipare all’evento, approfondendo questo e gli altri argomenti trattati nella pubblicazione.

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a cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri

Si tratta di una piramide alta m. 3,50, formata da pietre provenienti da una cava dell’entroterra maceratese, trasportate a Porto Potenza Picena dal camion tre assi “Alfa” di Oreste Spinaci.

Monumento ai caduti del mare di Piazza Marotta a Porto Potenza Picena. Particolare della data del completamento del monumento.

Il progetto del nuovo monumento è stato redatto dall’Ing. Gino Matteucci e firmato dal Sindaco Antonio Carestia. L’iniziativa di erigere questo monumento dedicato ai caduti del mare è stata presa dall’Associazione Marinai d’Italia “Giuseppe e Nazzareno Carlocchia – Tullio Giorgetti” di Porto Potenza Picena, guidata all’epoca da Nazzareno Bilò.

Il giorno 24/02/1951, presentano la domanda al Comune di Potenza Picena, Sindaco Antonio Carestia. Dopo aver avuto l’autorizzazione da parte del nostro comune iniziano i lavori il giorno 12 Aprile 1951 che si concludono il 27/7/1951. È stato poi inaugurato ufficialmente il 29/7/1951.

Il lavoro è stato eseguito materialmente da un solo muratore di Potenza Picena, Adelmo (Arturo) Granati ed il suo compenso simbolico è stato di Lire 35. Adelmo Granati è stato aiutato dai soci marinai di Porto Potenza Picena Nazzareno Bilò, Luigi Bovari (Garò), Ciminari, Enrico Boccanera, Giuseppe Marabini, Nazzareno Marconi, Giuseppe Rebichini (Delio), Giacomo Cecarini e Carlo Barbetti. Da un articolo del Prof. Silvio Zavatti del giorno 3/8/1951 apparso sul giornale locale “Il Momento”, fornitoci dal figlio Renato Zavatti, veniamo a conoscenza dello svolgimento della solenne inaugurazione dell’artistico monumento. È intervenuto il Vescovo di Ancona, Mons. Egidio Bignamini, che ha benedetto il monumento, dopo aver celebrato la messa nella Chiesa di S. Anna, il Comandante in 2° Sig. Faggioni ha invece letto la preghiera del marinaio. Inoltre ha parlato il Prof. Marcello Simonacci, Consigliere Provinciale e Comunale.

Una corona d’alloro è stata inoltre deposta nella lapide ai caduti di guerra di Viale Regina Margherita, posta sulla facciata del Palazzo della Scuola Elementare ed un’altra corona d’alloro calata in mare da un motopeschereccio difronte ad una moltitudine di gente. È stata quindi anche la prima commemorazione dei caduti del mare che si è svolta a Porto Potenza Picena. Questa tradizione è poi proseguita ogni anno, fino a raggiungere nel 2020 la 69° edizione, sempre nel contesto della festa di S. Anna.

Il muratore Adelmo Granati mentre lavora sul Monumento ai caduti del mare di Porto Potenza Picena. Foto Enrico Pighetti.

Il monumento è stato poi preso in carico da parte del Sindaco Nazzareno Riccobelli, da poco eletto alla guida del nostro comune al posto di Antonio Carestia e consegnatogli dall’Associazione Marinai d’Italia di Porto Potenza Picena.

Questo significativo monumento ai caduti del mare di Porto Potenza Picena è diventato nel corso degli anni il simbolo dell’intera comunità rivierasca. Una copia di questo monumento si trova anche presso l’ex-villaggio turistico “Castelfiorito Semprinia”. La piazza dove si trova il monumento nel 1953 è stata dedicata alla Medaglia d’Oro al Valor Militare Capitano di Corvetta Saverio Marotta, nato a Falconara Marittima (AN) il giorno 14/9/1911 e morto eroicamente in combattimento nel Mediterraneo Centrale il giorno 4 Maggio 1943 (delibera del Consiglio Comunale n° 94 del 12/9/1953).

Notizie tratte da: Filo Diretto n. 17 Gennaio/Febbraio 2003, articolo di Michele Emili. Settimana Celebrativa 80° Anmi di Porto Potenza Picena (1934-2014).

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È da molti anni che si parla di far restaurare la Fonte di Galiziano di Potenza Picena, risalente al sec. XV.

Fonte Galiziano – Foto Sergio Ceccotti

Questa fonte, insieme ad altre, viene anche citata nello Statuto Comunale di Monte Santo del 1432.

Il nostro comune è proprietario da sempre di questa fonte, come della Fonte La Concia, della Fonte di Carpineto e di quella di Fonte La Valle.

Nel 2018, il giorno 5 ottobre, l’architetto di San Severino Marche Debora Bravi, su incarico del nostro Comune, ha elaborato un progetto di restauro della Fonte di Galiziano molto ambizioso e costoso, che prevede una spesa complessiva di euro 95.053,71 + I.V.A, suddiviso in due stralci. Il primo, di €48.229,91 + I.V.A., prevede interventi di manutenzione e di restauro conservativo e ripristino dell’organismo edilizio. Il secondo, di €46.823,80 + I.V.A., prevede interventi di valorizzazione, attraverso la rimessa in funzione del sistema idrico, la messa in sicurezza e la protezione dell’area per il suo riutilizzo.

Questo ambizioso progetto, approvato dalla Soprintendenza di Ancona in data 2/1/2019, è stato poi inserito nel portale Art Bonus in data 17/04/2019.

Sipario dedicato a Minerva del Teatro Mugellini. Foto Sergio Ceccotti.

Ad oggi, dopo circa due anni, il nostro comune, per quanto riguarda questo progetto, non ha raccolto neppure un euro tra la popolazione. Inoltre nel Bilancio Comunale non sono stati previsti fondi per il suo recupero, neppure nel Bilancio Pluriennale, a riprova del fatto che i nostri amministratori non vogliono investire risorse comunali per il recupero della Fonte di Galiziano.

Cosa fare allora? C’è la possibilità di presentare il progetto di restauro alla Fondazione Cassa di Risparmio di Macerata, che negli ultimi anni finanzia solo progetti Art Bonus.

Noi abbiamo già pronto il progetto di restauro della Fonte di Galiziano dell’architetto Debora Bravi, è stato approvato dalla Soprintendenza di Ancona ed inserito sul portale Art Bonus.

Organo da sala Giovanni Fedeli del 1757. Foto Sergio Ceccotti.

Tutto è pronto, basta fare la richiesta alla Fondazione Cassa di Risparmio di Macerata nei tempi previsti (le domande scadono il 30 giugno 2021). L’operazione non ci costa niente. Perché non farla?

Molti comuni a noi vicini hanno ottenuto finanziamenti dalla Fondazione Carima, tra cui citiamo quello di Corridonia che ha ottenuto per il restauro della loro Fonte Oliva la considerevole somma di Euro 12.000,00.

Il nostro comune, nel recente passato, ha ottenuto dalla Fondazione Carima due finanziamenti piuttosto importanti, il primo di €10.000,00 per il restauro del sipario dedicato a Minerva del nostro Teatro “Bruno Mugellini”, poi inaugurato il giorno 18 novembre 2006, il secondo di €25.000 per il restauro dell’organo da sala Giovanni Fedeli del 1757 dell’Auditorium “Ferdinando Scarfiotti”, poi inaugurato il giorno 8/12/2007.

Perché perdere l’opportunità di reperire risorse finanziarie per il recupero di un così rilevante monumento della nostra città?

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Vicolo Scipioni collettiva di pittura. Foto Bruno Grandinetti.

Negli ultimi 3 anni il Vicolo Scipioni di Potenza Picena è stato sicuramente il più citato ed importante della nostra città.

Questo vicolo che da Via Cesare Battisti conduce alla piazza principale, Piazza Giacomo Matteotti, dal giorno 30 settembre 2017 (ordinanza n.188/2017) è sbarrato al transito pedonale, in conseguenza del pericolo che si può correre per i danni arrecati dalla scossa di terremoto del giorno 30 ottobre 2016 al palazzo adiacente Pierandrei.

L’attuale nome Vicolo Scipioni Mariano è stato deciso dalla Giunta Comunale di Potenza Picena in data 25/10/1945, delibera n.98, quando era sindaco della nostra città il “possidente” Antonio Mazzoni, figlio di Paolo e di Pasqualina Borroni, nato a Potenza Picena il 6/10/1884.

All’epoca, la Giunta Comunale era composta dagli assessori: Giuseppe Ricciardi, Gildo Zucchini, Alessandro Rinaldelli, Pietro Giusti e Luigi Verrucci.

Mariano Scipioni

Nella stessa delibera di Giunta Comunale è stata anche dedicata a Mariano Cutini Via Massucci, vicino all’ex scuola elementare (oggi sede di uffici comunali – ufficio tecnico e servizi sociali).

La motivazione della intitolazione delle vie ai due giovani partigiani di Potenza Picena, iscritti all’Azione Cattolica ed aderenti al PCI clandestino della nostra città era la seguente:

“Nell’intento di onorare le vittime della ferocia nazi-fascista Cutini Mariano e Scipioni Mariano uccisi il 22 luglio 1944 a Montalto, tenendone vivo il ricordo nell’anima della cittadinanza”.

In precedenza il vicolo Scipioni era chiamato “Bernabei”, dal nome di una famiglia di Monte Santo.

Questo vicolo nel passato veniva anche utilizzato per le mostre marguttiane di pittura che si organizzavano d’estate a Potenza Picena.

Il palazzo che si trova salendo a sinistra nella parte finale era anticamente della famiglia Mazzagalli, poi della famiglia Pierandrei. In questo palazzo il giorno 24 dicembre del 1871 è nato il musicista Bruno Mugellini, figlio del dott. Pio, medico condotto, e della signora Maria Paganetti, famoso in tutto il mondo per il suo metodo di esercizi tecnici per pianoforte del 1911, a cui la nostra città ha dedicato il giorno 28 ottobre 1933 il Teatro Condominiale, che si trova a poca distanza dal vicolo Scipioni. Il maestro Bruno Mugellini è morto a Bologna il giorno 15 gennaio 1912.

Sempre salendo, in fondo a destra, si trovava la chiesa di San Giovanni “De Platea” (oggi sede di uffici comunali) che faceva capo alla famiglia Bonaccorsi di Monte Santo.

Pallazzo Comunale. Sulla destra la Chiesa di San Giovanni Battista de “platea”. Foto anni 30 del Novecento.

Negli anni Sessanta del Novecento, il vicolo è stato il soggetto di una cartolina postale dove dal vicolo si intravede la Torre Civica, cartolina edita da Giulietti Delvio di Portocivitanova, stampata dalla ditta Alterocca di Terni, molto suggestiva e bella, che mostriamo ai nostri affezionati lettori.

Ci si augura che questo vicolo caratteristico della nostra città venga riaperto ai cittadini prima possibile.

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