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Archive for the ‘Il paese’ Category

Di Mons. Giovanni Cotognini

quadro di San Girio

25 maggio – S. Girio. A questa data, a questo nome, si presenta alla nostra fantasia tutta una storia di bontà, di virtù, di santità, di grazie. Nella Baronia di Lunello (città della Francia) è nato un bimbo; è sbocciato un fiore: un bimbo che, cresciuto negli anni, dovrà venire qua a terminare i suoi giorni; un fiore che il divino giardiniere trapianterà nella nostra terra: S. Girio. Tra gli agi e le comodità in cui si trova sente la voce del mondo che lo invita a godersi la vita; ma sente pure la voce di Dio che gli ripete: vieni e seguimi; avrai un tesoro che nessuno potrà mai rapirti. A questa voce Girio tende l’orecchio; questo invito conserva nel cuore, finché, giunto il momento opportuno, tutto abbandona e, in compagnia del fratello Effrendo, comincia la vita di pellegrino. E sarà vita di disagi e contrassegnata da prove.

La prima tappa è un ponte costruito dai Romani sul fiume Gardone. Ai piedi del ponte vi sono due nicchie simili a caverne. Vengono scelte a dimora e lì attendono alla preghiera e alla meditazione delle verità eterne. Di là uscivano per mendicare, tra gli sparsi casolari, il sostentamento alla vita. Ma ecco che la fiducia dei due fratelli nella Provvidenza viene messa alla prova. Continue piogge gonfiano il fiume, impediscono ai due eremiti di uscire dalle grotte. Privi di tutto, con che cuore avranno ripetuto: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”. E la preghiera è subito esaudita; e la fiducia è premiata. Due serpenti appaiono sull’acqua; portano in bocca del pane, si avvicinano alle grotte e lasciano il cibo che Dio manda ai suoi servi. Cessate le piogge, i pellegrini si mettono in cammino. La meta è Roma. Parte del viaggio viene fatto per mare; parte per terra. Ma l’uno e l’altro viaggio sono contrassegnati da dure prove: il viaggio in mare viene funestato da furiosa tempesta, che mette in serio pericolo i naviganti; il viaggio di terra dallo smarrimento della via. Ma non è scossa la fede di Girio. “Invoca me in die tribulationis…” dice il Signore, e Girio implora aiuto, e l’aiuto non tarda a venire e a consolare. Nel mare la tempesta si calma; nel bosco presso Viterbo, dove si erano sperduti, ecco sbucare un’orsa che, come cane fedele, guida per più di quattro chilometri i pellegrini e li riporta sul giusto cammino.

E così giungono a Roma. A Roma, mentre visitano le tombe degli Apostoli, nei luoghi santificati dai martiri, sentono parlare di un certo Liberio, uomo di grande santità, che è in Ancona e ha desiderio di visitare la Palestina. Girio subito lascia Roma per vedere Liberio ed unirsi a Lui nel pellegrinaggio. Visitare i luoghi santi è stato sempre il suo sogno. Potesse ora realizzarlo!! E avanza Girio, seguito dal fedele fratello Effrendo, verso le nostre Marche. Vieni pure o servo del Signore. Montesanto ti aspetta. Qui troverai la volontà di Dio, ti sbarrerà la strada e tu porrai termine al tuo cammino! Un dolore di capo che affliggeva Girio da qualche tempo, si fa più grave e fastidioso. Arrivati i due fratelli in questa nostra zona, sono costretti a fermarsi; Chiedono ospitalità e passano la notte in una cascina. Al mattino Girio vuole riprendere la strada verso Ancona, ma al fiume Potenza non ne può più; si accascia a terra e guarda sorridendo il cielo. È l’ultima ora. Effrendo corre in cerca di aiuto, ma tutto è inutile. Girio reclina il capo e muore. A Montesanto le campane agitate da mani invisibili suonano a distesa. E la gente accorre. Anche da Recanati viene gente. Tra i due popoli succede un litigio per il possesso del corpo. Un bimbo per la prima volta parla e consiglia di porre il corpo su di un carro tirato da giovenche mai attaccate al giogo. Così si fa. Fra la trepidazione e il silenzio di tutti, le giovenche volgono il cammino verso la nostra terra. Qui il corpo di Girio viene sepolto. Sul corpo di Girio, da tutti chiamato santo, viene eretta una chiesa. Questa chiesa diviene meta di pellegrinaggi e centro di attenzioni da parte della municipalità. E mentre vengono, da Montesanto e dai paesi vicini, devoti a chiedere grazie, il municipio vigila che tutto abbia a procedere con ordine e con decoro; che le offerte lasciate dai fedeli servano al mantenimento della chiesa e a provvedere il necessario per il culto divino, e sceglie sindaci, amministratori, deputati, perché provvedano a tanto. E perché l’ufficiatura della chiesa sia continua, pensa a collocarvi dei religiosi. Agostiniani, carmelitani, servi di Maria, si succedono nel servizio di questa chiesa. Solo quando nel 1652 Innocenzo X sciolse le piccole comunità si mise qui un sacerdote secolare come cappellano, che poi, nel 1739, divenne parroco.

Quadro di Sant’Ignazio e San Girio a restauro ultimato. Foto Ars Nova.

Ma non basta. Il municipio vuole anche pubblicamente manifestare la propria devozione al santo e ne stabilisce, con una serie di norme, le modalità. Il 25 maggio è giorno festivo; e per avere gente in numero maggiore anche dai paesi circonvicini, si chiede al Papa Paolo V di poter fare pure una fiera (10/01/1606). Per impedire disordini si mandano cinquanta soldati a custodire la chiesa dalla mattina alla sera. Il clero con processione solenne, il municipio in forma ufficiale, partono da Montesanto e si recano in questa chiesa, e il municipio offre il suo dono in segno di sudditanza e di devozione. Simbolico segno i ceri. Ardendo significano l’amore che si porta al santo; ma stanno lì pure a ripetere la preghiera da noi recitata all’altare.

La giornata era rallegrata da spari e chiusa dall’accensione di fuochi. Cose tutte che vedete istoriate in questa chiesa divenuta, per lo zelo del vostro parroco, una delle più belle chiese rurali dell’arcidiocesi nostra. Queste cerimonie dovettero durare fino al 1860. Poi, per le note vicende politiche, furono sospese. Oggi per interessamento dell’Amministrazione Comunale, la tradizione è stata ripresa, e si rivede la municipalità venire in forma ufficiale a venerare S. Girio e a ripetere l’offerta dei ceri. Sotto le mode antiche voi scorgete visi ben noti. Si è voluto così unire il passato al presente; colmare una lacuna; gettare un ponte sull’incrinatura prodotta dall’ondata anticlericale del nostro risorgimento.

Atto di ossequio perché S. Girio è il compatrono della nostra città.

E compatrono significa: custode, difensore della città; avvocato presso il trono di Dio; signore della città. Se lui è il signore, noi i sudditi; se lui il difensore, noi i difesi; se lui l’avvocato, noi i clienti.

Doveroso dunque il nostro ossequio. Ma fra tanti titoli un altro ce n’è. Alunni, e tali dobbiamo essere, se vogliamo che S. Girio continui a proteggerci. Lui pellegrino, pellegrini noi pure, verso la terra santa e noi verso il cielo. Portiamoci spesso col pensiero verso questa patria se vogliamo salirvi con l’anima dopo la nostra morte.

Fugge il mondo; fuggiamo noi pure, non la società, ma quella parte della società che è nemica di Dio e del Vangelo, l’armento di Satana; lui sottomesso ai voleri del cielo; fidente sempre nella Provvidenza divina. Nelle prove pubbliche e private in cui potremo trovarci non perdiamo la fiducia in Dio; attendiamo all’adempimento dei nostri doveri e siamone pur certi, dopo le tenebre, tornerà la luce; dopo le nubi risplenderà il sole. Questi gli insegnamenti di S. Girio. Ascoltiamoli e mettiamoli in pratica. E perché questo avvenga, oh! S. Girio, pregate per noi.

È stato detto che tutto quello che si racconta di S. Girio sia immaginario; che la stessa figura del santo sia leggendaria.

Non sembra che l’autore di tale frase, abbia centrato il bersaglio.

Troppi argomenti ci sono per mostrare il contrario.

Intanto del giovane Gerardo o Girio, ci parla un antico manoscritto di Lunello, patria del nostro santo; della famiglia di lui, ci parla Memoir de l’histoire du Languedoc, di Guillaume de Catel, p.343 (Cfr. Della vita, culto, e miracoli di s. Girio confessore specialissimo protettore di Monte Santo nel Piceno, per Gioacchino e Gio. Giuseppe Salvioni stampatori vaticani, Roma 1766, p. 2).

Di S. Girio morto e sepolto in territorio di Montesanto, tra il 1298 e 1299, parlano immagini, atti consiliari, il culto immemorabile prestato al santo ecc. Infatti:

  1. sul sepolcro di S. Girio venne subito costruita una chiesa e, nel 1326, questa, perché minacciava rovina, venne visitata da Ugone Bonis, tesoriere della Marca Anconitana, per ordine di Giovanni Diacono cardinale di S. Teodoro, Legato della Sede Apostolica;
  2. nel 1377, il consiglio comunale di Montesanto stabilì di festeggiare S. Girio il 25 maggio;
  3. nel 1400 abbiamo un’altra effigie di S. Girio che assieme alle effigi di S. Michele Arcangelo e S. Stefano, sta attorno alla Vergine. La pittura è di Pietro da Montepulciano (Cfr. Rotondi, Argomenti di Arte Marchigiana, Fabriano, 1936);
  4. gli statuti della comunità, del 1431, stabiliscono di considerare festa di precetto il 25 maggio e dànno norme per la celebrazione di tale festa;
  5. nel 1463 si pensava di mettervi i PP. Minori a servizio della chiesa e Pio II° (che era stato Vescovo di Fermo) accolse la richiesta di fabbricare un convento a fianco della chiesa. Il Papa nella Bolla che porta la data 27/07/1463, ma che fu spedita il 01/06/1466 (e la Bolla si può vedere nell’Archivio Vaticano) dice che nella chiesa riposa il Corpo di S. Girio; che Iddio, per intercessione del santo vi opera moltissimi miracoli; che la chiesa è meta di pellegrinaggi…
  6. Dovendosi riparare la chiesa, il consiglio comunale, nel 1480, diede ordine, qualora si fosse trovato il corpo del santo, di trasportarlo in paese, alla pieve, per poi riportarlo a posto a lavori ultimati.
    Non sappiamo cosa sia avvenuto. Nessuna meraviglia. A quel tempo si consideravano i corpi dei santi come preziosi tesori; si tenevano nascosti e segreti per paura di trafugamento.
  7. Nel 1523, il Card. Colonna, patrono della chiesa di S. Girio, ne trascurava il decoro. La comunità, con atto consiliare, spedì una commissione al Papa Adriano VI perché con la sua autorità costringesse il Cardinale a rinunciare al patronato.
  8. Nel 1774, nella pieve di S. Stefano, mentre, per costruire un sepolcro, si stava scavando nella cappella di S. Girio, così chiamata per un’immagine e un altare che vi erano di detto santo, per il cadere di una lama di terra si scoprì un loculo, dove era un corpo che si disse di S. Girio per il fatto che una lapide lo diceva chiaramente. Il pievano dell’epoca, don Lorenzo Vecchini, per ragioni non dettate da prudenza, allontanò gli operai e fece scomparire ogni traccia. Il fatto non finì lì; dovette destare ammirazione, se ne dovette parlare a lungo. L’immediato successore del Vecchini, don Domenico Mozzoni, venuto da Montefiore a reggere la pievania di S. Stefano, nel 1717, dovette sentire raccontare il fatto da testimoni oculari, non escluso il M.R.D. Francesco Antonio Clari, cappellano del Vecchini nel 1714 e poi economo spirituale. Il Moroni, nel Libro X dei Battesimi, a fianco dell’atto n. 110, a p. 164, mise questa nota:
    Il primo battesimo amministrato nel Battistero di nuovo rimosso dal luogo dove l’avevo fatto trasportare il 17/4/1720, perché nel luogo dove era stato posto, luogo che era sotto l’arco con le pitture della B.V. e di S. Girio, c’era il tumulo di detto santo, il cui corpo ritrovato nel tempo in cui dal R. Vecchini Pievano, si costruiva in un muro della cappella il Cimitero, fu poi rubato, ex testium depositionibus.
    Se non fosse stata una cosa seria, avrebbe il pievano messo una nota del genere a fianco di un atto di Battesimo?
    Nel 1732 lo stesso arcivescovo di Fermo Alessandro Borgia, fece fare una inchiesta e ne diede incarico a mons. Alessandro Buonaccorsi. Le indagini durarono dal 07/10 al 12/11. Furono interrogati quindici testimoni e tutti affermarono che il corpo di S. Girio era stato trovato e che il pievano lo aveva di nuovo nascosto (arch. della curia di Fermo).
  9. Il 01/08/1742 venne approvato il culto immemorabile; nel 1743 venne concesso al clero di Montesanto di celebrare il 25 maggio l’Ufficio e la Messa di S. Girio.
  10. Il 10/03/1893 la S.C.R. concesse le lezioni proprie al clero di Potenza Picena e S. Pio X le concesse pure al Terzo Ordine Regolare.
  11. Alla Biblioteca Vallicelliana di Roma, Pos. 3, p. 145, ci sono gli Atti della vita di S. Girio, Atti che furono copiati da Girolamo Ridolfi da […] nel 1326.
    Il Catalani nel De Ecclesia Firmana eiusque Episcopis et Archiepiscopis Commentarius, Firmi, 1783, a p. 51 dice che Henschenius Bollandienus, parlando di questi Atti di S. Girio, così si esprime: “Ego quod censuram magnopere mereatur, nihil in iis reperio”.
  12. Il Lamonnier, nelle Memorie, a pag. 315, 316, parla di S. Girio, che condusse vita angelica nel castello paterno e morì in odore di santità a Montesanto (Cfr. “La Verna”, rivista francescana, anno I°, n. 5, ottobre 1903, p. 292).

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A cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri.

Esterno ex-Ospedale Bonaccorsi

La dott.ssa Isabella Torresi di Montelupone ha portato a termine un interessante lavoro di ricerca sul nostro Ospedale Civico Bonaccorsi, lavoro presentato al convegno “Le Istituzioni Caritatevoli e religiose, notizie storiche e ricerche”, che si è tenuto nel 2014. Il suo lavoro è stato poi pubblicato nel testo del volume n° 50 degli “Studi Storici Maceratesi” del 2016. Una copia di tale volume è presente presso la nostra biblioteca comunale “Carlo Cenerelli Campana” di Via Trento.
Consultando il nostro archivio storico comunale di Via Trento, la dott.ssa Isabella Torresi ha potuto trovare molti spunti per poter ricostruire la storia del nostro Ospedale.
L’Ospedale è stato fondato nel 1737, quando mons. Alessandro Bonaccorsi, a proprie spese, ha acquistato dalle Suore Benedettine di Santa Caterina d’Alessandria il palazzo di Corso Vittorio Emanuele II, nel passato di proprietà della famiglia Spiriti. Successivamente, alla morte del Mons. Bonaccorsi, l’Opera Pia Ospedale si è arricchita sia del lascito di Francesco Angeletti (1848), che di quello della sig.ra Albina Gezzi, vedova Pierandrei, la quale nel 1869 lasciò con testamento tutti i suoi beni, quelli del marito Giovanni e del cognato, il canonico Angelo Pierandrei, all’Ospedale Civico Bonaccorsi, ponendo la condizione che la sua gestione fosse affidata alle suore dell’ordine delle “Figlie della Carità” di Siena.
L’Ospedale Civico Bonaccorsi, che ha regolarmente funzionato per tutto l’Ottocento e la prima metà del Novecento, aveva un suo regolamento, dove si stabilivano le regole del suo funzionamento.
Dopo la seconda guerra mondiale, il ruolo del nostro Ospedale venne sempre meno, in quanto nei centri limitrofi erano in funzione ospedali molto più attrezzati e funzionali, ad esempio a Recanati, a Civitanova Marche, a Macerata, a Loreto ed anche a Porto Potenza Picena, presso l’Istituto di Riabilitazione Santo Stefano.

Stemma della Famiglia Bonaccorsi e lapide che ricorda Alessandro Bonaccorsi

Il giorno 30 giugno del 1944, quando i tedeschi in fuga colpirono la nostra città con cannoneggiamenti, danneggiando sia la torre della Piazza Principe di Napoli che l’abitazione della famiglia Mazzoni in contrada La Concia, tutti i cittadini colpiti furono portati a medicare all’Ospedale Civico Bonaccorsi. Purtroppo, per otto di essi le cure non furono sufficienti e morirono.
Ridotto ad un pronto soccorso, nel 1956 ospitò in affitto anche i militari dell’Aeronautica, che erano venuti a Potenza Picena in quell’anno e ci rimasero fino al 1960. Successivamente ospitò anche le tre classi della scuola media statale, fino a quando non venne costruita la nuova scuola media di Circonvallazione Le Grazie, entrata in funzione solo nel 1969. I locali ospitarono anche le camere dell’Albergo Centrale, gestito da Giuseppe Torresi ed anche la fabbrica di confezioni, la Emily Horse di Emilia Cavalli.
L’attività dell’Ospedale Civico Bonaccorsi si può dire conclusa nel 1973, quando l’ECA trasferì il patrimonio della Opera Pia Ospedale Bonaccorsi alla casa di riposo di Potenza Picena.
All’interno della struttura ospedaliera lavorarono i medici Mariano Bitocchi e Manlio Zambruni, vennero ad eseguire il prof. Bombi Giulio e Patrignani Sergio di Ancona, il primo come chirurgo, il secondo come specialista in Medicina. Anche il prof. Marchini di Recanati frequentò il nostro Ospedale. Per quanto riguarda gli infermieri, si ricordano Amelio Pescetti, Fernanda Bufalari ed Alessandro Morichetti, tutti di Potenza Picena.
I locali ospitarono anche il medico condotto Manlio Natalini, il Poliambulatorio fino a quando non venne costruito il nuovo fabbricato in Via delle Fonti e il Centro Ricreativo “Armando Fioranelli” del circolo degli anziani di Potenza Picena ed altre associazioni sportive e ricreative locali ed anche gli Scout.
Nel 2013, in data 4 ottobre, decreto n° 233, il palazzo è stato dichiarato, dalla Soprintendenza di Ancona, di interesse storico ed architettonico.

Lapide commemorativa dedicata ad Albina Gezzi Ved. Pierandrei. (1869)

Per diversi anni la struttura è stata posta in vendita al prezzo di Euro 626.000.
Il lavoro di ricerca storica di Isabella Torresi ci consente di colmare una grave lacuna nella conoscenza della storia di quest’antica istituzione della nostra città, sorta ben duecentoottantacinque anni fa dalla magnanimità di mons. Alessandro Bonaccorsi ed incrementata dai successivi lasciti di Francesco Angeletti e di Albina Gezzi, vedova Pierandrei.
La nostra comunità ringrazia di cuore la dott.ssa Isabella Torresi per il suo interessante lavoro di ricerca storica, che meritava di essere conosciuto.

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A cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri

La Crocefissione di Palma Il Giovane 1595 – Chiesa di S. Antonio di Padova – Foto Sergio Ceccotti.

Su questa tela il nostro blog ha già pubblicato un interessantissimo articolo del dott. Roberto Domenichini, nostro concittadino e Direttore dell’Archivio di Stato di Pesaro.

La tela è collocata all’interno della chiesa di Sant’Antonio di Padova dei Frati Minori Osservanti, da tutti chiamati Zoccolanti, posta nel primo altare laterale sinistro quando si entra, altare dedicato alla famiglia Mancinforte di Monte Santo, committenti dell’opera d’arte.

Infatti la famiglia Mancinforte di Monte Santo, una delle più facoltose ed importanti della nostra città, insieme ai Bonaccorsi ed ai Marefoschi, ha dato incarico al pittore veneto Jacopo Negretti, detto Palma Il Giovane (Venezia 1544-1628), di eseguire l’opera per onorare la memoria testamentaria di Giovanni Mancini, morto nel 1583 e di sua moglie Clezia Massucci di Recanati. L’ opera è stata portata a termine nel 1594 dal loro figlio Marco Antonio Mancini.

L’anno successivo, nel 1595, la famiglia Mancini paga il pittore Palma Il Giovane, secondo quanto riferisce il dott. Roberto Domenichini nel suo articolo. Anche Carlo Cenerelli Campana nella sua storia di Monte Santo, del 1852, parla di questo pagamento, avendo visto il relativo documento nell’archivio della famiglia Mancinforte di Monte Santo.

Il quadro rappresenta la Crocefissione (l’altare dove è stato collocato per volontà dei Mancini era dedicato al SS Crocefisso) di nostro Signore, con la Vergine, San Giovanni Evangelista, il prediletto del Signore, la Maddalena abbracciata alla Croce e San Nicola di Tolentino. La presenza del Santo di Tolentino, da molti scambiato per Sant’Antonio di Padova, Santo titolare della chiesa dei Frati Minori, secondo Roberto Domenichini è giustificata dal fatto che si è voluto rendere omaggio a Nicola Antonelli, marito della sig.ra Vanna Forti, che ha lasciato tutte le sue ricchezze alla famiglia Mancinforte. Questa affermazione del dott. Roberto Domenichini è giustificata anche dalla iconografia del Santo rappresentato, troppo anziano per essere Sant’Antonio di Padova ed in quanto non veste un abito religioso dei Frati Minori Osservanti, che è marrone, ma un abito nero, come quello degli Agostiniani di San Nicola di Tolentino.

Per quanto riguarda inoltre l’anno di esecuzione dell’opera da parte di Palma Il Giovane, secondo il dott. Roberto Domenichini e come sostenuto anche da Carlo Cenerelli Campana, si tratta del 1595, e non dell 1599, come sostiene la dott.ssa Costanza Costanzi nella scheda del quadro inserita nel volume L’aquila e il leone, l’arte veneta a Fermo, Sant’Elpidio Mare e nel Fermano. Jacobello, i Crivelli e Lotto. Catalogo della mostra (Sant’Elpidio a mare. 2006), in occasione della mostra che si è tenuta nella città di Fermo presso la Pinacoteca Civica del 24 marzo al 17 settembre del 2006, dove la tela di Potenza Picena è stata anche esposta ed a Sant’Elpidio a Mare presso la Pinacoteca Civica “Vittore Crivelli”, curata dal prof. Stefano Papetti.

La Crocefissione di Palma Il Giovane 1595 – Chiesa di S. Antonio di Padova – Foto Sergio Ceccotti.

Inoltre la tela di Potenza Picena è stata esposta a Loreto nel contesto della mostra curata dal prof. Vittorio Sgarbi “La Maddalena, tra peccato e penitenza”, dal giorno 3 settembre del 2016 al giorno 8 gennaio del 2017.

La tela, nel 1960, è stata restaurata ad Urbino, in quanto le sue condizioni non erano  buone. Nel 1968 è stata esposta in una mostra dove si potevano ammirare tante opere d’arte marchigiane restaurate.

Noi riteniamo corretta la tesi del dott. Roberto Domenichini, che sostiene che l’opera d’arte sia stata eseguita nel 1595, in quanto i lavori della cappellina della famiglia Mancinforte si sono conclusi nel 1594 e la tela dovrebbe essere stata collocata l’anno successivo, dopo che era stata pagata al pittore veneto.Comunque sia, 1595 oppure 1599, Sant’Antonio di Padova o San Nicola di Tolentino, La Crocefissione di Palma Il Giovane di Potenza Picena è un autentico capolavoro d’arte presente nella nostra città, di cui essere orgogliosi.

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Di Roberto Domenichini

Interno cineteatro Aurora. Foto Bruno Grandinetti.

Delle proprietà immobiliari che la famiglia Compagnoni-Marefoschi deteneva in Potenza Picena si conoscono soprattutto le residenze di campagna, oggetto di studi e di indagini storiografiche anche in tempi recenti. Si pensi, ad esempio, allo studio su “Palazzo Rosso” antica dimora gentilizia ubicata in contrada “La marina”, acquistata da monsignor Gio. Francesco Compagnoni Marefoschi nel 1813, ed alla più recente e approfondita tesi di laurea sul settecentesco “giardino Marefoschi” situato invece in contrada fonte di Galiziano.

Eppure la famiglia ha sempre avuto altresì solide radici nel centro abitato, acquisendo case e palazzi nei pressi della piazza del Comune (o piazza grande). Basti pensare che ancora nel tardo Ottocento, quando il peso politico ed economico della famiglia iniziava a declinare, i fratelli Compagnoni Marefoschi, Camillo e Giulio, possedevano due tra i più grandi palazzi della cittadina (palazzo Massucci e palazzo Marefoschi, appunto) nonché varie case di più modesta consistenza, affittate a privati, situate nelle zone più periferiche della “terra” (di Monte Santo).

Tra queste unità immobiliari il grande palazzo Marefoschi, contrassegnato dalle particelle 1036-1040 occupa senz’altro un posto di primo piano nel tessuto urbano di Potenza Picena ed anche nella storia della famiglia. Colpiscono innanzitutto le dimensioni dell’edificio, che occupava buona parte dell’antico quartiere di San Pietro – più tardi denominato anche Galiziano – composto da n. 4 piani e da n. 87 vani. Nel catasto urbano del 1879 esso risulta intestato a Giulio Compagnoni Marefoschi, musicista di valore, il quale, insieme al fratello Camillo, promosse anche la costituzione della Società filarmonica (banda musicale) di Monte Santo, fin dagli anni Quaranta dell’Ottocento.

Busto in marmo Sec. XVII del Cineteatro Aurora. Foto Sergio Ceccotti.

A causa della mancanza di studi, cui si è fatto cenno, poco si sa sulle origini del grande palazzo. Da una nota e da indicazioni contenute nella pianta tardo settecentesca dell’edificio, conservata nell’archivio di famiglia, il nucleo originario del palazzo risulta essere quello situato a sud-ovest, composto da 10 stanze ed un orto (tra l’attuale via Mercantini ed il Corso), queste stanze costituirono l’abitazione di Pietro Antonio Marefoschi (morto nel 1631), l’uomo che nella prima metà del secolo XVII fece compiere il salto di qualità alla famiglia, accumulando ingenti ricchezze, che contribuirono all’aggregazione dei Marefoschi alla nobiltà cittadina, nonché all’ascesa del nipote Prospero al cardinalato nel 1724.

L’ampliamento del palazzo -rispetto al nucleo originario di Pietro Antonio- è stato conseguito in concreto attraverso il progressivo acquisto di un numero non trascurabile di abitazioni private situate sia di fronte al convento ed alla chiesa degli Agostiniani sia nei pressi della piazza grande, accanto al Comune ed al palazzo dei Podestà. Proprio in questa zona fu realizzata la facciata e l’ingresso principale del palazzo.

Poco si conosce della ristrutturazione del complesso abitativo, che dovrebbe essere avvenuta – stanti le linee architettoniche della facciata ed alcune ricevute di pagamenti – proprio alla fine del Settecento, in concomitanza con il trasferimento stabile della famiglia da Macerata a Monte Santo. I lavori decorativi terminarono nei primi anni del secolo successivo.

Tra le decine di stanze che componevano il palazzo, quella denominata “il Salone” occupa certamente un posto di primaria importanza. Situato nel cosiddetto piano nobile, accanto al cortile interno dove potevano giungere e stazionare le carrozze, “il Salone” era il luogo dove si ricevevano gli ospiti, si tenevano ricevimenti, feste e, soprattutto, concerti di musica da camera, manifestazioni queste ultime forse in testa alle preferenze dei Compagnoni Marefoschi, come si rileva dai documenti del loro archivio. I dipinti delle pareti e del soffitto-esclusa la scena centrale- richiamano moduli in voga nel tardo Settecento; essi sono stati valutati dalla Soprintendenza per il Patrimonio storico artistico delle Marche “di notevole pregio e raffinata qualità”.

            Col tempo le fortune, soprattutto quelle economiche, della famiglia mutarono. Così tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del secolo XX anche il grande palazzo venne progressivamente svuotato dei suoi arredi e venduto parte a privati parte ad istituzioni. “il Salone” venne acquistato dalla parrocchia della Collegiata e quasi subito trasformato nel luogo deputato alle rappresentazioni teatrali. È nato così il teatro “Alessandro Manzoni” popolarmente denominato il “teatro dei preti” gestito, in origine, dal circolo “Santo Stefano”, di fatto facente capo all’oratorio parrocchiale. Tra le vecchie famiglie di Potenza Picena, poche sono quelle che non possono vantare qualche familiare (antenato) che non abbia recitato o non abbia collaborato alle rappresentazioni nel teatrino, che in seguito sarà denominato teatro “Aurora”, per la decorazione della parte centrale del soffitto, effettuata probabilmente più tardi rispetto agli altri dipinti. Nei tempi antichi l’“Aurora” era raffigurata da una giovinetta alata, coperta di veli e manto d’oro, con una corona di rose sul capo; generalmente sta su un cavallo alato e tiene in mano una fiaccola. Esce da un castello sopra un carro trainato da due cavalli bianchi, spargendo fiori con una mano e reggendo una fiaccola con l’altra: così lei scaccia la Notte e il Sonno. Pur con alcune varanti, quasi tutti questi elementi mitologici sono presenti nel teatrino di Potenza Picena, che negli anni Cinquanta-Sessanta del secondo dopoguerra è stato trasformato in Cine-Teatro.

Ingresso Cineteatro Aurora. Foto Sergio Ceccotti.

Ora dopo anni di abbandono, dopo vari tentativi infruttuosi di utilizzare la struttura, tra i quali quello effettuato dal circolo cittadino, presieduto da Mario Celementoni, nel 1989 (quando l’architetto Scataglini ha disegnato un progetto di recupero dell’immobile da adibire a “sede di attività collettive”), si auspica che l’Amministrazione comunale non si faccia sfuggire l’occasione di acquisirlo al fine di realizzare un graduale restauro e restituirlo quindi alla collettività. Il teatro “Aurora” (o salone Marefoschi) può essere utilizzato come sala di rappresentanza del Comune, per pubbliche cerimonie (anche matrimoni civili), riunioni, conferenze e, soprattutto – come avveniva in passato – per concerti.

Pot. Pic., 23.2.2005

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A cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri

Chiesa di San Giacomo Maggiore a Galiziano. Foto di Sergio Ceccotti.

Nel centro storico di Potenza Picena, nel quartiere di Galiziano, anticamente di San Pietro, si trova la chiesa di San Giacomo Maggiore.

La chiesa, le cui origini sono medievali (sec. XIV), è una delle più antiche della nostra città, insieme alla chiesa di San Marco e lo testimonia ancora oggi l’antico rosone goticizzante che si trova al centro della facciata. Essa rappresentava anche la parrocchia di San Giacomo, eretta con bolla del 20/10/1774 dall’Arcivescovo di Fermo, il Cardinale Urbano Paracciani, sciolta nell’anno 1989 ed unita a quella di Santo Stefano.
La chiesa purtroppo è chiusa dall’anno 2001, per l’inagibilità della struttura.
Operava nel contesto di questa parrocchia la Confraternita del Corpus Christi o di San Giacomo, istituzione che risale al 1430, che è ancora oggi esistente ed il cui Priore è Stefano Pescetti.
All’interno della chiesa di San Giacomo Maggiore si trovava un autentico capolavoro artistico, il trittico di Paolo Bontulli da Percanestro del 1507 con predella. Il trittico rappresenta la Madonna col Bambino tra i Santi Giacomo Maggiore e Rocco, mentre nella predella sono presenti quindici raffigurazioni: i Dodici Apostoli, al centro il Cristo ed agli estremi l’Arcangelo Gabriele e la Vergine. Il trittico, che è conservato dal giorno 18/06/2014 presso i locali della Fototeca Comunale “Bruno Grandinetti”, nella ex-chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, in precedenza è stato esposto per un periodo anche all’interno della Galleria Nazionale di Urbino.

Trittico di Paolo Bontulli da Percanestro del 1507. Madonna con Bambino tra i santi Giacomo Maggiore e Rocco. Foto di Sergio Ceccotti.

La facciata della chiesa è stata rifatta nel 1943 su progetto dell’architetto di Potenza Picena Eusebio Petetti, mentre i lavori sono stati eseguiti dall’impresa edile Granati Bonaventura e Persichini Giuseppe. Alla facciata, in mattoni, sono stati aggiunti elementi marmorei e, posta in alto, una cuspide, con all’interno una statua della Madonna.
Il campanile originario conservava la più antica campana bronzea di Potenza Picena, risalente al 1454, come testimonia l’inventario delle campane di tutte le chiese di Potenza Picena redatto nell’anno 1941.
La chiesa conserva ancora oggi un organo attribuito a Nicola Morettini, databile 1906, che si trova in cantoria.
Tra le opere d’arte della chiesa di San Giacomo Maggiore vogliamo ricordare il quadro dedicato a San Michele Arcangelo, del sec. XVIII, oggi in fase di restauro, lavoro finanziato dal dott. Roberto Domenichini. Abbiamo, inoltre, un quadro del 1904 raffigurante il Sacro Cuore di Luigi Fontana (Monte San Pietrangeli, 1827-1908), donato alla parrocchia di San Giacomo dal Vescovo di Ripatransone Mons. Luigi Boschi di Potenza Picena. Inoltre sono presenti quattro tavole di Giuseppe Pauri.
Queste opere del Fontana e del Pauri sono state restaurate ed oggi si trovano all’interno dei locali della Collegiata di Santo Stefano.

Chiesa di S. Giacomo Maggiore, prima dei lavori di modifica eseguiti nel 1943

Il parroco della parrocchia di Santo Stefano e Giacomo, il nostro concittadino Padre Lorenzo Turchi, nel mese di giugno 2021, ha presentato un progetto di restauro della chiesa di San Giacomo Maggiore allo scopo di ottenere il contributo economico della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) di Roma a copertura di buona parte delle spese, la differenza verrà coperta con il contributo di un nostro concittadino, molto legato al luogo di culto.
Grazie all’impegno del nostro parroco, Padre Lorenzo Turchi ed alla generosità del nostro concittadino, siamo certi di poter vedere riaperta di nuovo, ritornata all’originario splendore, la chiesa di San Giacomo Maggiore a Galiziano, riportando al suo interno anche il trittico di Paolo Bontulli da Percanestro del 1507 e tutte le altre opere d’arte.

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Alla mia ANNA,
guida e luce in un cammino
non sempre lieto.

Il paese di cui nella presente nota si ricordano le poco consolanti condizioni igieniche, risponde al nome di contrada Montecanepino 1 . È un paese di cresta, come del resto lo sono in massima parte i paesi e le città marchigiane fuori della striscia piana costiera, in Comune di Potenza Picena e in Provincia di Macerata. Dista 3 chilometri dal Comune e circa 4 da Porto Potenza Picena, ridente cittadina sulla costa adriatica, fra Porto Recanati e Porto Civitanova. Da Porto Potenza Picena passa la linea ferroviaria Milano-Lecce che, arrivando a Porto Civitanova, si dirama per Macerata unendo tutti i paesi circonvicini col capoluogo di Provincia 2 .
Montecanepino, che è a circa 200 metri sul livello del mare, deve il proprio nome ai fabbricanti di corda (canepini) che formarono il primo nucleo dell’attuale paese, il quale ebbe, in origine, una sola casa dove vi era una specie di bazar (baratto) a cui si rifornivano i contadini e i braccianti dei luoghi vicini.
Il paese, data la natura calcare della collina, è privo di pozzi e solamente nel 1938 venne costruita una fontana, usufruendo una sorgente di minima portata posta alla distanza di un chilometro circa, verso la sottostante, fertilissima vallata. Si è detto che la portata della sorgente è minima e infatti nella stagione estiva il paese può avere acqua solo in determinati periodi della giornata.

Le abitazioni sono abbastanza numerose e disposte tutte sul lato destro (per chi viene dal mare) della carrozzabile che unisce Montecanepino a P. Picena e a Porto P. Picena. Ma la vita che si svolge in queste case non è certamente delle più igieniche e cercherò di dimostrarlo in brevi parole.
Pochissime sono le abitazioni fornite di un apposito scarico per l’acqua sporca la quale viene indifferentemente gettata sulla strada oppure nelle immediate vicinanze della uscita posteriore della casa. Le latrine, almeno secondo un concetto elementare di igiene, mancano del tutto e a questa delicatissima parte dell’abitazione si supplisce con fosse scoperte, malamente sormontate da capannucce di canna le quali hanno un telo in luogo della porta. E quel che è peggio è che questi luoghi luridi sono a brevissima distanza dall’abitazione, presso ad altri depositi immondi di letame e rifiuti di ogni genere. Si può quindi, facilmente immaginare quale inferno di mosche sia la casa nella stagione estiva! Malgrado questo basso livello igienico non si ricordano, a detta degli abitanti, malattie epidemiche e in realtà le persone – giovani e vecchi – presentano caratteri di assoluta sanità e robustezza fisica. Bisogna ricordare l’estrema piccolezza delle finestre che dànno poca aria e poca luce alle stanze.
La mia ultima visita al paese ha avuto luogo nel giugno del 1944, periodo in cui vi era un assembramento veramente enorme di persone sfollate da Porto P. Picena, con conseguente eccessivo peggioramento delle condizioni igieniche.

A completare il quadro poco brillante, ricordo che la borgata è priva della Chiesa e di un servizio automobilistico che la colleghi alle due città di Potenza Picena e Porto Potenza Picena. In tempi normali funzionava un’autocorriera fra P. P. Picena e P. Picena, la quale passava per una strada forse più comoda, ma scelta senza tener conto delle reali necessità della popolazione. Nell’impossibilità tecnica, anche a mondo pacificato, di istituire due linee automobilistiche, mi sembra cosa logica studiare il problema – di risoluzione del resto non troppo difficile – di far passare l’unica linea per la contrada di Montecanepino. La distanza chilometrica è inferiore, se pur di poco, e la strada, con gli opportuni rifacimenti nei brevi tratti in cui se ne presenti la necessità, eccellente.
A chiusura della presente nota non ritengo fuori luogo ricordare che per Porto Potenza Picena scorre il Fosso Potenza, ricco di acque impetuose nell’inverno e puzzolente palude in estate. Durante la stessa stagione il fosso è un fomite di zanzare che intralciano lo sviluppo turistico della graziosissima cittadina adriatica. L’Amministrazione Comunale voglia prendere nella giusta considerazione questi richiami fatti da un extraregionale e quindi, è sperabile, fatti imparzialmente.
Tratto da Nota, in “Panorami geografici”, n. 2, marzo 1945

1: Durante la sporadica rinascita della dittatura fascista la contrada fu terrorizzata da un sansepolcrista lombardo, certo Conconi, il quale si compiacque del nome nuovo dato al paese: Monte Conconio! Registro la cosa a solo titolo di cronaca paesana e per ricordare, seppure ce ne fosse bisogno, in quale conto il passato regime tenesse la toponomastica italiana, malgrado le assicurazioni più o meno ufficiali di ammirazione per la geografia

2: Sulle possibilità turistiche e di assorbimento di mano d’opera di Porto Potenza Picena, si vedano le brevi righe da me dedicate al paese: S. Zavatti, FASCINO DI PORTO POTENZA PICENA, in “Il Popolo di Roma”, 6 aprile 1941; id., PORTO POTENZA PICENA: L’ISTITUTO ELIOTERAPICO “DIVINA PROVVIDENZA”, in “Il Resto del Carlino”, 3 febbraio 1942.

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