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Archive for the ‘Personaggi’ Category

img019Nei giorni di sabato 23 e domenica 24 luglio del 1994, cioè 25 anni fa, un nutrito gruppo di ragazzi e di ragazze del Centro Sociale Millepiani di Potenza Picena, ha ripulito per la prima volta la Fonte di Galiziano ed anche quella della Concia.

Il Centro Sociale Millepiani aveva la propria sede nei locali comunali di Vico Balilla. La pulizia della Fonte di Galiziano e di quella della Concia aveva “lo scopo di riscoprire e valorizzare, riportandoli alla bellezza originaria, i luoghi storici di vita e di lavoro dell’antico centro medievale. L’attività si inseriva in un più ampio progetto mirante a ridare prestigio e rinomanza ad un patrimonio artistico e culturale troppo spesso trascurato. L’intenzione che ha mosso i ragazzi del Centro Sociale Millepiani è quella di non limitarsi alla sola pulizia delle fonti, opera già di per sé meritoria dato l’avanzato stato di degrado raggiunto dai luoghi, quanto piuttosto aspirare a fare di esse, una volta restituite al loro antico aspetto, dei siti utilizzabili come punto di incontro e di passeggio. Il lavoro che è stato portato avanti da un gruppo di volontari (con pochi mezzi e nessun fondo finanziario), aspirava a ricevere il consenso e l’appoggio (non solo “verbale”) di un numero sempre più vasto di cittadini”.

img013Erano tanti i ragazzi e le ragazze che si sono impegnati in questo lodevole lavoro di pulizia delle fonti di Galiziano e della Concia. Molti di loro oggi, a distanza di 25 anni, sono diventati genitori. È stata una bellissima esperienza di impegno civico a favore della nostra comunità che noi vogliamo comunque ricordare, facendo anche conoscere tutte le foto che sono state scattate in quelle due gloriose giornate del 1994, per non dimenticarle.

La fonte di Galiziano successivamente è stata ripulita nel 2008 ed ultimamente quest’anno, tra marzo ed aprile 2019, sempre da volontari.

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A cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri

Don Francesco Campolungo. Parroco di San Girio dal 4-9-1938 al 39-10-1938.

Don Francesco Campolungo. Parroco di San Girio dal 4-9-1938 al 39-10-1938.

La parrocchia di San Girio di Potenza Picena è stata istituita il giorno 28/11/1739, cioè 280 anni fa, dall’Arcivescovo di Fermo Mons. Alessandro Borgia ed alla sua guida si sono alternati 13 parroci fino ad oggi, compreso l’attuale, Don Aldo Marinozzi.

San Girio, il santo compatrono di Potenza Picena insieme a Santo Stefano, viene festeggiato ogni anno con una importante festa il giorno 25 maggio con manifestazioni sia religiose che civili, compresa la fiera e la processione che parte da viale Trieste di Potenza Picena fino al Santuario di San Girio.

Anticamente questa processione partiva dalla Collegiata di Santo Stefano. In queste parrocchie di campagna i parroci rimangono per molti anni. Ad esempio l’attuale, don Aldo Marinozzi, è parroco dal 1979, cioè da quarant’anni. Il precedente, don Elia Malintoppi è stato parroco dal 1946 fino al 1979, quando è morto, cioè per 33 anni.

Solo nel 1938, cioè 80 anni fa, c’è stato un parroco, don Francesco Campolungo che ha svolto il compito di parroco di San Girio per soli 2 mesi, dal 4 settembre 1938 fino al giorno 30 ottobre 1938, quando è morto in conseguenza di un tragico incidente stradale, all’Ospedale di Recanati, accaduto poco distante dal Santuario di San Girio.

Interno Chiesa di San Girio. Foto Bruno Grandinetti.

Interno Chiesa di San Girio. Foto Bruno Grandinetti.

Don Francesco Campolungo era nato a Civitanova Marche il giorno 14 aprile 1905 da Marone e da Maria Foresi. Comunque nel brevissimo tempo della sua presenza nella parrocchia di San Girio, don Francesco Campolungo si era fatto apprezzare da tutti i suoi parrocchiani.

Noi oggi, a distanza di 80 anni, lo vogliamo ricordare.

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matrimonioA cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri

La Parrocchia di San Girio di Potenza Picena è la più antica della nostra città, dopo quella di Santo Stefano. È stata istituita il giorno 28 novembre del 1739, cioè 280 anni fa, dall’Arcivescovo di Fermo Mons. Alessandro Borgia. Fino ad oggi ci sono stati 13 parroci, compreso l’attuale, don Aldo Marinozzi di Corridonia.

Dal giorno 8/9/1946 fino alla sua morte, è stato parroco di San Girio don Elia Malintoppi. Don Elia era nato il giorno 28/8/1904 a Falerone (AP) da Antonio e da Irene Ruffini ed è stato parroco a San Girio per ben 33 anni. È morto in Ancona il giorno 3/6/1979. Era laureato in Teologia, ed era un uomo di profonda cultura storica, artistica, oltre che religiosa.

Nella Parrocchia di San Girio don Elia Malintoppi viene ricordato in par­ticolare per due avvenimenti. Il primo lo ha portato a termine nel 1951 ed è consistito in grandi lavori di ristrutturazione della chiesa del Santuario di San Girio, con il rifacimento dell’abiside, scavando la cripta e nella realizzazione delle importanti decorazioni della chiesa, la­vori eseguiti dall’artista di Mombaroccio (PS) Ciro Pavisa, che riproducono le scene della vita di San Girio, compatrono di Potenza Picena, insieme a Santo Stefano. È un ciclo pittorico veramente straordinario sia da un punto di vista artistico che religioso, fondamentale per la nostra comunità.

celebrazioni San girioL’altra notevole iniziativa di don Elia Malintoppi è stata quella che ha avviato nel 1952, riuscendo grazie alla sua forza di convinzione, ca­parbietà e competenza storica, a riportare la festa di San Girio alle antiche tradizioni secolari, riuscendo di nuovo a far partecipare alla processione ed alla festa in forma ufficiale il nostro Sindaco, il maestro Lionello Bianchini, con tutta la Giunta Municipale, il Gonfalone del comune, la Banda Cittadina e con il dono di 12 ceri. Questa processione che si doveva recare da Potenza Picena al Santuario di San Girio, partiva all’epoca dalla Collegiata di Santo Stefano, mentre oggi parte dal Viale Trieste. Don Elia Malintoppi scrisse il giorno 10 maggio del 1952 una toccante lettera al nos­tro Sindaco, dove partendo dai grandiosi lavori che erano stati fatti nel 1951 nel Santuario di San Girio, chiedeva il ri­pristino dell’antica consuetudine, persa negli ultimi anni, della parte­cipazione in forma ufficiale delle nostre autorità comunali con il Gon­falone, della Banda Cittadina e del dono al Santo comprotettore della nostra città San Girio di n° 12 ceri il giorno 25 Maggio.

Faceva presente che il nostro comune doveva dare pubblica comu­nicazione alla cittadinanza con un manifesto, affisso almeno 10 giorni prima. Chiedeva inoltre che il giorno 25 Maggio, come era stato nel passato, fosse un giorno di precetto, cioè festivo per tutta la nostra co­munità. Indicava anche l’orario della processione, cioè al pomeriggio alle ore 17,00, per ragioni di convenienza.

Tutte queste richieste furono accolte dai nostri amministratori e la festa di San Girio è potuta proseguire con grande successo fino ad oggi. Storicamente la partecipazione delle nostre autorità comunali con il dono dei ceri al santo comprotettore della nostra città è cessata con l’Unità d’Italia del 17 Marzo 1861, anche se dobbiamo far presente che la festa di San Girio con la processione dal Capoluogo al Santuario è documentata nel Novecento, ed in particolare negli anni 1915-1919-1920 e le richieste di autorizzazione della processione sono addirittura sottoscritte dal prevosto della Collegiata di Santo Stefano.

Comunque una cosa è certa: il ripristino dell’antica tradizione della partecipazione delle autorità comunali, con il Gonfalone ed il dono dei 12 ceri al Santo comprotettore della nostra città si deve esclusivamente ad una persona, al parroco don Elia Malintoppi di Falerone, che ha saputo valorizzare un’antica consuetudine della nostra comunità, che esalta il profondo rapporto che c’è sempre stato tra San Girio e la città di Potenza Picena.

Lettera di don Elia Malintoppi del giorno 10/5/1952 al Sindaco di Potenza Picena.

Il sottoscritto don Elia Malintoppi, parroco di San Girio, si permette di esporre quanto segue: solo da qualche anno, e non si sa il perché, si è sospesa una delle più belle e care tradizioni di questa città, cioè la solenne processione di maggio e di venerazione che ogni anno il 25 Maggio partendo dalla Colle­giata, si recava in questa chiesa.

L’origine di questa Processione è plurisecolare e forse dovrà allacciarsi alla morte del Santo (1296) giacché gli Statuti di Monte Santo com­pilati nel 1431 la descrivono minutamente, stabiliscono che il Gonfalo­niere dovesse fare un’offerta di candele e tutte le Autorità vi dovessero prendere parte. Stabilirono pure che detta festa si celebrasse come festa di precetto.

Il sottoscritto, prendendo occasione dei grandiosi restauri compiti in questa chiesa, desidererebbe che questa processione in quest’anno venisse ripristinata, vi prendesse parte la Giunta Comunale, con il Gonfalone, con la simbolica offerta di candele, con la Banda Cittadina, ecc.

Per ragione di convenienza sarebbe bene farla nel pomeriggio verso le ore 17. All’arrivo qui in Chiesa si formerebbe una breve processione ed il tutto si chiuderebbe con l’omaggio al Santo.

Perché la cosa riuscisse nel miglior modo, sarebbe bene, che il Comune desse avviso alla popolazione, almeno 10 giorni innanzi con un pubblico manifesto. Il sottoscritto è ben lieto di essere sempre a dispo­sizione di codesta On. Giunta per ogni chiarimento ed altro.

Sicuro che la proposta trovi benevola accoglienza sentitamente ringrazia ed ossequia.

San Girio li 10 Maggio 1952

­­Firmato don Elia Malintoppi

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Locandina della mostra


A cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri

Una delle feste più tradizionali ed originali che si svolgevano a Potenza Picena nel passato è stata sicuramente la Sagra dei piselli, manifestazio­ne che si è tenuta per sei anni consecutivi dal 1959 al 1964, la prima do­menica di Maggio in un solo giorno, organizzata dalla Pro Potenza Picena, dal Comune di Potenza Picena, dal dopolavoro Enal e dell’Ente Provinciale per il Turismo.

Era l’occasione per celebrare uno dei prodotti più importanti del nostro territorio, appunto il pisello nostrale rampicante (pisum sativum), che veniva coltivato particolarmente in grandi estensioni di terreno collinare nelle loca­lità di Montecanepino, Mortolo, Monte Maggio, Monte Cucco, S. Paterniano e Castelletta.

Potenza Picena, insieme ai comuni di Fermo, Civitanova, S. Elpidio a Mare, Porto S. Giorgio, Altidona, Lapedona, Pedaso, Campofilone, Massignano, Grottammare e S. Benedetto del Tronto, era uno dei maggiori produttori marchigiani di piselli.

Il pisello nelle nostre campagne era coltivato in particolare nei territori rivolti a Sud, dove c’erano terreni leggeri, sabbiosi, brecciosi, che si riscaldavano presto, riparati dai venti.

I piselli che si coltivavano a Potenza Picena avevano acini molto piccoli, dolci, adatti alla alimentazione umana.

La Pro Potenza Picena (l’attuale Pro-Loco) nel 1959, Presidente il M° Ed­gardo Latini, credo unica in tutta le Marche, insieme al Comune di Potenza Picena, guidato dal Sindaco Prof. Lionello Bianchini, ebbe l’intuizione di organiz­zare una Sagra per celebrare questo prodotto squisito della nostra terra, con sfilata di carri, la presenza dei nostri tradizionali birocci trainati da buoi, l’intervento di gruppi folcloristici marchigiani, gare di saltarello, elezione di miss Primavera e miss “pisellina”. Inoltre negli stand allestiti in Piazza Matteotti venivano anche offerti i piselli cotti con la barbaglia, in porchetta e pancetta. Non potevano man­care naturalmente i vini locali offerti dalla Cantina dei Colli Potentini (l’attuale Cantina Montesanto).

Locandina della III edizione delle sagra dei piselli 1961

II Fotoclub di Potenza Picena, all’epoca diretto dal Presidente Enzo Romagnoli, ha restaurato le foto di Bruno Grandinetti riguardanti le sei edizioni della Sagra dei piselli ed ha allestito una bellissima mostra che si doveva svolgere presso il Pincio, ma che per motivi tecnici è stata spostata presso i locali della Sala “Umberto Boccabianca” in Via Trento n° 1, e si è tenuta nei giorni 3-4-5 Agosto 2012, riscuotendo un grande successo di pubblico. Sono state esposte n° 43 foto delle sei edizioni dal 1959 al 1964. Per consentire a tutti i cittadini che non hanno avuto la possibilità di vi­sitare la mostra e a coloro che vivono lontani da Potenza Picena, ma man­tengono forti legami con la loro città di origine, il Fotoclub di Potenza Picena ci ha consentito di pubblicare in esclusiva sul nostro blog tutte le immagini esposte nella mostra.

In questo modo anche chi vive lontano da Potenza Picena potrà godersi la bellezza di queste straordinarie immagini di Bruno Grandinetti.

Stornello dedicato alla Sagra dei Piselli di Potenza Picena

Potenza Picena, Sagra dei Piselli (1959-1964) foto Archivio Storico Comunale della Fototeca “Bruno Grandinetti”. Restauro effettuato dal Fotoclub di Potenza Picena, custode e responsabile della struttura www.fcpp.it

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A cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri

Francesco Margaritini. ASCPP

Francesco Margaritini

La locale sezione del Partito Comunista Italiano di Potenza Picena è stata intitolata da sempre a Francesco Margaritini.

Ma chi era questo personaggio?

Era nato a Potenza Picena il giorno 1/10/1892 in via S. Croce n° 389 da Giambattista e da Maria Carestia ed aveva un altro fratello Stanislao (Giulio), più grande di lui. La madre Maria Carestia era la figlia di Emidio, quindi sorella di Augusto e di Antonio.

Francesco Margaritini aveva frequentato la scuola elementare locale, solo la prima e la seconda classe, con il maestro Anfolzo Anfolzi e tra i suoi compagni di classe troviamo nell’anno scolastico 1900/1901 il futuro maestro di musica Arturo Clementoni, Simonacci Abele, il padre dello on. Marcello Simonacci di Recanati, Riccobelli Attilio di Giuliano, Percossi Roberto, Percossi Guido, Mazzarella Virgilio, Belluccini Alfredo (lo sifonà) e Grandinetti Leone.

Ha partecipato alla prima guerra mondiale come caporale zappatore, fante nella zona di Gorizia ed è stato insignito della medaglia al merito di guerra. Ha lavorato come fornaciaio presso la fornace Antonelli, come il fratello Stanislao.

Aveva sposato il giorno 20/7/1914, prima di partire per la guerra, la sig.ra Cleta Pupitti e dal loro matrimonio è nato il giorno 6/5/1928 Giambattista (Giovanni) Margaritini. È anche emigrato in Argentina a La Plata, come fornaciaio, negli anni Trenta del Novecento.

Da sempre antifascita, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, organizza a Potenza Picena la cellula del Partito comunista Italiano, iscrivendosi il giorno 1 Novembre del 1943. Con lui troviamo Antonio Carestia, suo cugino, che sarà poi sindaco di Potenza Picena dal 1946 fino al 1951, Giuseppe Pastocchi, Edmondo Pastocchi, Severino Donati, Secondo Torregiani (Secondo lo ritrattista), Nazzareno Patacconi, Giuseppe Persichini, Bonaventura Granati, Cutini Mariano, Scipioni Mariano e Giuseppe Carota. Faceva parte del locale GAP che ha accolto trionfalmente il giorno 30 giugno del 1944 i soldati polacchi del Reggimento Skorpion al comando del colonnello Ignacy Kowalczewski, anche se questi non hanno gradito le loro bandiere rosse. Durante la presenza dei soldati polacchi a Potenza Picena in Via Tripoli, dove Francesco Margaritini abitava con la sua famiglia, il giorno 29 Aprile del 1945 è intervenuto per difendere una donna dalle molestie di un soldato polacco ubriaco. L’epilogo di questa drammatica vicenda è stata l’uccisione del soldato polacco, colpito da una coltellata dal fornaciaio Francesco Margaritini, a sua volta colpito dalla pistola del polacco. I soldati polacchi hanno sempre avuto con la popolazione di Potenza Picena un buon rapporto, ed infatti dopo la fine della guerra molti di loro, ben 33, si sono sposati con ragazze del posto, ma ci sono stati anche alcuni episodi sgradevoli, come quello del giorno 29/4/1945, dove hanno trovato la morte sia il soldato polacco, di cui non siamo riusciti a sapere il suo nome, che il nostro concittadino, Francesco Margaritini, intervenuto per difendere una donna.

Maria Teresa Granati nel 1959 a Potenza Picena alla Festa dell'Unità.

Maria Teresa Granati

I soldati polacchi del battaglione Skorpion a Potenza Picena inoltre vengono anche ricordati per aver costruito il nuovo campo sportivo, inaugurato il giorno 10/6/1946, con un incontro di calcio tra una rappresentativa di giovani locali ed una squadra di soldati polacchi. L’incontro è finito 8 a 1 per i polacchi, con il goal della bandiera segnato per il Potenza Picena da Antonio Bernacchia e tra i giocatori del Potenza Picena troviamo anche Mario Zucchini, che poi proseguirà la sua carriera agonistica fino a giocare con l’Anconitata in serie B.

 

Dopo la morte di Francesco Margaritini i suoi compagni di cellula, in particolare il cugino Antonio Carestia, hanno voluto ricordarlo intitolandogli la locale sezione, dove sul pavimento ancora oggi spicca un vero capolavoro artistico ed artigianale, la bandiera del Partito Comunista Italiano, lavoro eseguito dai muratori locali, Giuseppe Carota ed Arturo (Adelmo) Granati.

In questa sezione sono cresciuti tra gli altri Romualdo Clementoni, nato il 2/8/1927 e morto il 30/7/1986, che nel 1970 verrà eletto consigliere regionale delle Marche per il PCI di Macerata, carica che ricoprirà fino al 1980, e Maria Teresa Granati nata il 30/9/1937, che nel 1976 verrà eletta a Modena Deputata del PCI, carica che ricoprirà fino 1979 e che nel 1964 a Potenza Picena è stata la prima donna eletta nel nostro consiglio comunale, Sindaco Rolando Simonetti.

Romualdo Clementoni secondo da dx seduto. ASCPP

Romualdo Clementoni

Quindi da questa sezione sono usciti il primo Consigliere Regionale ed il primo deputato al parlamento, nati a Potenza Picena, Romualdo Clementoni e Maria Teresa Granati. Successivamente Potenza Picena ha avuto come Consigliere Regionale Francesco Acquaroli, come senatore Mario Morgoni e che oggi sono membri della Camera dei Deputati.

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Silvio Hodach insieme alla moglie Adua Vucenovich

Silvio Hodach insieme alla moglie Adua Vucenovich

a cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri

Ogni anno, con la legge n°92 del 30 Marzo 2004, in Italia il giorno 10 Febbraio si celebra la giornata del ricordo in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo di circa 350.000 italiani dalle città giuliano-dalmate di Pola, Fiume, Zara e non solo, realtà che dopo il Trattato di Pace di Parigi del 10/2/21947 sono passate sotto il controllo della Jugoslavia di Tito, in virtù del fatto che l’Italia è stata considerata una nazione sconfitta dopo la seconda guerra mondiale.

Le Marche hanno ospitato a Servigliano un importante centro di raccolta dei profughi e degli esuli giuliano-dalmati, partiti dalla loro terra nel 1947; da Servigliano diversi di questi esuli sono giunti anche nella nostra città. Secondo ricerche d’archivio, ed anche secondo i ricordi delle persone più anziane, nella nostra realtà abbiamo avuto la presenza di diversi nuclei familiari, che si sono fermati in città. Già nel 2012 abbiamo parlato della storia di uno di questi esuli, il maestro Silvio Hodach, nato a Zara il 28/12/1936 , orfano era giunto a Potenza Picena nel 1949 all’età di soli 13 anni, ospitato dalla famiglia di Giuseppe Andri, suo zio, anche lui esule, nato a Zara il 20/2/1896, la cui famiglia era composta dalla moglie Angiolina Rodini, dal figlio Aldo e dalla suocera Carmela Tecovich, tutti di Zara. Giuseppe Andri a Zara era un dipendente comunale ed anche nella nostra città è stato assunto presso il nostro ente locale. Silvio Hodach, successivamente si è sposato a Potenza Picena il 28/10/1961 con la sig.ra Adua Vucenovich, anche lei originaria di Zara, ma residente a Pescara e dal loro matrimonio sono nati Fabio e Maria-Tiziana.

Ernesto Gobbi

Ernesto Gobbi

Dopo la morte di Silvio Hodach, avvenuta il 21/1/1975 in Ancona, la famiglia si è trasferita a Pescara. Hodach è stato consigliere comunale per la DC ed era un virtuoso del pianoforte. Un’altra famiglia che si è stabilita a Potenza Picena è stata quella di Ernesto Gobbi, nato a Canale San Bovo (Trento), e di sua moglie Eufemia Micatovich originaria di Torre di Parenzo (Pola), arrivati nella nostra città partiti da Gaeta. Non hanno avuto figli ed Ernesto Gobbi ha fatto la Guardia Municipale. Una terza famiglia che si è stabilità a Potenza Picena, in particolare al Porto, il cui capofamiglia proveniva da Fiume, è stata quella di Silvino Duiz, di sua moglie Costa Maria di Collazzone (PG), del padre Luigi Alessandro di Fiume e del figlio Claudio nato a Passignano sul Trasimeno. Da Passignano si sono trasferiti a Porto Potenza Picena dove Silvino ha lavorato come impiegato presso l’Istituto Elioterapico S.Stefano. Di questa famiglia originaria di Fiume vive ancora oggi al Porto il figlio Claudio che nel frattempo si è sposato con la sig.ra Maria Assunta Moscioni. Nel 1945, cioè prima dell’inizio dell’esodo giuliano-dalmata, risultava presente a Porto Potenza Picena un’altra famiglia proveniente da Zara, che non si è stabilita definitivamente in città. Si trattava della famiglia Unich, composta da Giovanni, da sua moglie Jvanco Edvige, dal figlio Matteo, dalla nuora Beneveria Domida e dal nipote Gianni. Anche la sig.ra Ronconi Giorgia del fu Mariano il 7/6/1946 risulta presente a Potenza Picena, proveniente da Fiume, ospite delle sorelle Antonia e Luigia, sarte di Potenza Picena, conosciute come le “profughe”. Oggi vive a Potenza Picena anche la sig.ra Piccolo Isabella (Edda), nata a Fiume il 15/4/1930, dopo essere stata per molti anni a Bergamo. Quella della famiglia Ronconi è una storia incredibile. Infatti i componenti questa famiglia si trovavano a Potenza Picena come profughi, come altre 50 persone, già durante la prima guerra mondiale, provenienti dalle zone di guerra, ed esattamente da Susak (Fiume).

Ida Beghin

Ida Beghin

Era una famiglia molto numerosa, composta dalla madre Maria Blazevich nata a Markopaly, da un figlio Ernesto, poi sposato con la sig.ra Amelia Fontinovo, la “Frajentina” che gestiva la cantina di Via S.Marco nel centro storico, e da altre 5 figlie, tutte sarte, Antonia, Luigia, Maria, Giorgia e Veronica. Dopo la fine della prima guerra mondiale, a differenza di tutti gli altri profughi che sono ritornati nelle loro zone di origine, i Ronconi sono rimasti tutti nella nostra città e solo nel 1934 la madre Maria Blazevich e una delle figlie, Giorgia Ronconi, hanno fatto ritorno a Markopaly. Una delle sorelle Ronconi, Maria ha sposato Roul Torresi ed un’altra, Veronica un soldato polacco del battaglione Skorpion Sergio Krylow, andati poi in Argentina. Un’altra profuga, proveniente da Gorizia durante la prima guerra mondiale che con la sua famiglia era approdata prima a Corridonia poi, giovane, nel nostro Monastero dell’Addolorata è stata Ida Beghin, che è venuta nella nostra città insieme alla sorella Margherita. Successivamente sono tutte e due diventate suore dell’Addolorata ed Ida addirittura è stata Superiore del nostro Monastero dal 1963 al 1979. Queste sono le storie delle famiglie che si sono fermate a Potenza Picena, esuli o dai territori giuliano-dalmati nel 1947, oppure profughi nel 1918 a causa della prima guerra mondiale. La nostra città ha saputo accoglierli tutti, nonostante le difficoltà, considerandoli fratelli ed italiani. La causa di queste tragedie familiari due guerre mondiali. Mai più guerre, mai più nazionalismi.

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a cura di Emilio Zamboni
traduzione di Gianfranco Morgoni.

Il giorno 12 novembre 2018 è morto Emilio Zamboni, nostro collaboratore ed amico. Avevamo preso l’impegno di pubblicare alcuni suoi lavori di ricerca storica. Questo sulla compagnia di Gesù e i suoi seguaci in Argentina è il primo articolo.

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Papa Francesco

Nel 2014 si sono compiuti 25 anni dalla fondazione, 28 agosto 1989, della Giunta di Studi Storici dei Rioni Chacarita e Colegiales di Buenos Aires. Ricordando il nostro primo presidente, il Professor Diego A. del Pino, e il suo fervente impegno per investigare e diffondere le origini dei due Rioni, ci soffermeremo oggi sui Padri Gesuiti, membri della Compagnia di Gesù, dato che la storia di questi rioni si sviluppò intorno agli edifici da loro costruiti nella chacra o chacarita (fattoria) che essi fondarono.

I seguaci della Compagnia di Gesù giunsero dalla Spagna nell’anno 1608, il 16 di dicembre, e, secondo quanto disposto dall’Assemblea nelle sessioni tenute nei giorni 6 ed 8 dello stesso mese, il governatore Hernando Arias de Saavedra (Hernandarias) fece loro dono di due terreni: uno a due leghe dalla città (10 km circa), l’attuale Chacarita, e l’altro nel villaggio di Las Conchas, oggi Capilla del Señor.

Qui coltivavano grano, mais, alberi da frutto, e allevavano bestiame ed animali da cortile. Questi terreni, oltre ai benefici materiali che producevano, permettevano loro di provvedere all’alimentazione dei sacerdoti e degli allievi del Collegio Massimo di S. Ignazio, da loro fondato, che è il predecessore dell’odierno Collegio Nazionale di Buenos Aires.

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SAnt’Ignazio di Loyola

A partire da questi primi terreni, i Padri Gesuiti accrebbero nel tempo i loro possedimenti, attraverso acquisti e donazioni, arrivando ad una proprietà complessiva di 2700 ettari, cui fu dato il nome di Chacra o Chacarita dei Padri della Compagnia di Gesù. Chacarita è un diminutivo del vocabolo Quechua “chácara” e, secondo l’enciclopedia Espasa Calpe, viene accettato come un americanismo col significato di piccola fattoria.
Nel 1650 i Padri iniziarono la costruzione dei loro alloggiamenti: baracche, capanne e porticati. Nelle planimetrie redatte dall’agrimensore Pedro Benoit, nel 1871, quando i vari edifici non avevano subito alcuna demolizione, si può osservare che erano di grandi dimensioni, 4000 metri quadrati ciascuno.

L’11 settembre del 1680, l’alcalde ordinario Fernando de Astudillo ordinò al capitano Pedro Izarra Gaete, di trasferire alla Compagnia di Gesù i terreni comprati da Doña Maria de Carvajal, e dispose che si eseguisse la misurazione dei possedimenti, per valutare i compensi e le altre garanzie. Detta misurazione diede come risultato che il Collegio dei Gesuiti possedeva nel 1680 un complesso di terreni che, senza includere le vie interne, ammontavano a un fronte di 1400 verghe lungo il fiume, per una profondità di 6000 verghe, vale a dire 1200 x 5000 metri quadrati, approssimativamente. Vicino alle costruzioni del 1650, i Gesuiti costruirono, nel 1740, una cappella che sarebbe stata la prima nella zona, e, più tardi, il campanile ed il Camposanto.

Nel medesimo anno 1740 gli spagnoli Jorge Juan y Santacilia, geografo e navigatore, e Antonio de Ulloa, navigatore ed erudito, furono incaricati dal Re di Spagna Filippo V di effettuare studi e rilevazioni in un arco di territorio dell’America meridionale, realizzando inoltre anche altri servizi di natura politica e militare. Scrissero un libro: “Notizie Segrete d’America” in cui riportarono, a proposito dei Gesuiti: “Non si avverte in loro la mancanza di religiosità, gli scandali e la condotta rilassata tanto diffusa altrove”.
Giungiamo dunque all’anno 1767. Grazie ad abili investimenti, l’Ordine si era arricchito, ma non così i suoi membri, che continuavano la loro vocazione di povertà e lavoravano sotto una rigida disciplina, ma, per il fatto che difendevano i nativi, non erano ben visti dai coloni, ragion per cui caddero in disgrazia agli occhi del Re Carlo III, che il 27 febbraio dello stesso anno ordinò l’espulsione dei Gesuiti da tutti i territori del Regno. Il successivo 12 luglio furono cacciati dalla provincia di Cordoba, ed il 13 da quella di Santa Fe, con la conseguente confisca dei beni. Riuniti a Buenos Aires, 289 Padri Gesuiti si imbarcarono con destinazione Cadice, in Spagna, e, da lì, ripararono in Italia. Avevano fondato 11 collegi nel Rio de la Plata, di cui i primi cinque furono: Asunción del Paraguay nel 1565, Córdoba nel1600, Santiago del Estero nel 1607, Buenos Aires nel 1608 e Santa Fe nel 1610. Lasciarono il paese in mezzo alla costernazione degli indigeni, che piangevano all’indirizzo dei loro “padri”.

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Paolo III e Sant’Ignazio di Loyola

In quell’anno 1767 governava Buenos Aires Francisco de Paula Bucarelli y Ursúa, acerrimo nemico dell’Ordine Gesuitico, il quale fece occupare i due collegi di Buenos Aires e incarcerò coloro che vi dimoravano. Durante il suo governo gli Inglesi si impossessarono delle Isole Malvine, sbarcando a Porto Egmont dell’isola Gran Malvina.

L’espulsione dei Padri Gesuiti rappresentò un disastro per le colonie. Le missioni si sciolsero, le scuole diminuirono fortemente e gli ospedali e i centri di assistenza e carità sparirono.

Tutti i beni dei Gesuiti furono dichiarati proprietà della Corona e i benefici prodotti da quelle terre, che precedentemente erano a vantaggio del Collegio Massimo di Sant’Ignazio, furono trasferiti nel 1768 a favore del Collegio Convitto e Università Pubblica di San Carlo, e, più tardi, al Real Collegio di San Carlo, fondato dal Viceré Vértiz nel 1783, successivamente al Collegio Seminario nel 1813, per arrivare infine al Collegio Nazionale di Buenos Aires nel 1863.

Nella Piazza dei Collegiali, tra le vie Cramer, Zapiola, Ten. Benjamin Matienzo ed altre proprietà private, una targa in bronzo ricorda i Collegi: Colegio Máximo de San Ignacio, 1767; Colegio Convictorio y Unversidad Pública de San Carlos, 1768; Real Colegio de San Carlos, 1785; Colegio Seminario, 1813; Colegio de la Unión del Sud, 1817; Colegio de las Ciencias Morales, 1823; Colegio de los Jesuitas, 1836; Colegio Nacional de Buenos Aires, 1863.

Xavier Marmier, letterato francese, dopo aver percorso l’Europa e l’America, inclusa una visita a la Chacarita, pubblicò all’incirca 50 volumi, tra cui, “Carte del Sud America”, in tre tomi editi nel 1851 a Bruxelles, in Belgio. Da questo originale fu tratto il libro “Buenos Aires e Montevideo”, nel 1850, e pubblicato nel 1948 da José Luis Busaniche, dove figura la visita di Marmier a la Chacarita e ci dice:

mission de san ignacio

Missione di Sant’Ignazio nei presso della omonima città argentina

“I missionari cattolici furono i primi civilizzatori in questo paese. La conquista che i governatori spagnoli tentarono per mezzo delle armi, la completarono i missionari mediante la dolcezza e la persuasione. Con la croce in mano e lo spirito della carità nel cuore, la parola di fratellanza sulle labbra, si presentavano agli indios, ottenevano la loro fiducia e, poco a poco, li avviavano ai loro principi di umanità, abituandoli anche all’ordine e al lavoro. In mezzo alla tribù selvaggia, innalzarono una cappella, simbolo di pace e primo punto di riunione in cui i riparavano sotto la protezione di Dio. Vicino alla cappella non tardarono ad apparire la casa rurale e i suoi prodotti, il campo lavorato con il suo raccolto, quindi la fattoria e il granaio. Gli stessi missionari impugnavano la zappa e conducevano l’aratro.

Da ambo i lati delle Ande e sulle rive del Rio de la Plata, i Gesuiti furono i primi agricoltori e i primi coloni. Nel luogo in cui innalzavano una fondazione, apparivano i germogli della prosperità. Una politica ostile dette luogo alla loro espulsione da questa regione, dove avevano dato prove di tanta utilità. L’opera che lasciarono incompiuta, non hanno potuto continuarla coloro che l’avevano ordinato”.

corrientes - lacroze

Strade Corrientes e Federico Lacroze
Centro del quartiere di Chacarita
Citta de Buenos Aires

La Compagnia di Gesù fu fondata nell’anno 1537 da Sant’Ignazio di Loyola, il cui nome completo era Iñigo de Oñez y Loyola. Questo santo, che prima fu militare, poi vestì l’abito religioso, nacque ad Azpeitía (Guipúzcoa), città della Spagna, nell’anno 1491. Nel 1521 fu ferito nel corso della difesa di Pamplona sotto gli attacchi dei Francesi, e, mentre era convalescente, ebbe l’opportunità di leggere dei libri religiosi che lo introdussero nel mondo spirituale. Successivamente frequentò il seminario e fu ordinato sacerdote nel 1538. L’Ordine di cui noi oggi ci occupiamo fu autorizzato da Papa Paolo III nell’anno 1540. Sant’Ignazio morì a Roma nel 1556 e fu canonizzato dal Papa Gregorio XV nell’anno 1622; la sua festa si celebra il 31 di luglio di ogni anno. Il municipio di Azpeitía, dove il Santo era nato, fu dichiarato Patria e Santuario di Sant’Ignazio di Loyola.

Nel 1836, durante il governo di Juan Manuel de Rosas, i Gesuiti tornarono in Argentina; ma questa è un’altra storia.

A proposito di questo tema, ricordiamo che il 13 marzo del 2013 fu eletto Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica un Gesuita nato in Argentina, il Cardinale Jorge Mario Bergoglio, che adottò il nome di Papa Francesco. È il primo Papa Gesuita, il primo latinoamericano e, inoltre, il primo con il nome di Francesco. Dei 266 Papi che registra la storia, San Pietro fu il primo, tra gli anni 64 e 67 dell’era cristiana, e il penultimo, Benedetto XVI, resse la Chiesa dall’anno 2005 al 2013.

Aricolo correlato:


COMPAÑÍA DE JESÚS Sus Miembros en Argentina

Idioma Castellano

papa francescoEn el año 2014 se cumplieron 25 años de la fundación de la Junta de Estudios Históricos de los Barrios de Chacarita y Colegiales de Buenos Aires, 28 agosto 1989. Recordando a nuestro primer presidente, profesor Diego A. del Pino, con su inquietud para investigar y difundir el pasado de nuestros dos barrios, trataremos de hablar de los padres jesuitas, miembros de la Compañía de Jesús, que alrededor de los edificios construidos por ellos en la chacra o chacarita que fundaron, se fue desarrollando la historia de Chacarita y Colegiales..

Estos componentes de la Compañia de Jesus llegaron de España en el año 1608 y el 16 de diciembre, conforme a lo dispuesto por el Cabildo en sesiones realizadas los días 6 y 8 de del mismo mes, el Gobernador Hernando Arias de Saavedra (Hernandarias) les hizo una donación de dos terrenos: uno, a dos leguas de la ciudad, actual Chacarita y el otro, en el pago de Las Conchas, hoy Capilla del Señor.

Cultivaron trigo, maíz, árboles frutales y criaron ganado mayor y animales de corral. Por otra parte, además de los beneficios que producían estos terrenos, les permitían proveer alimentos a los sacerdotes y alumnos del Colegio Máximo de San Ignacio, fundado por ellos en el centro de Buenos Aires, predecesor en muchos años del hoy Colegio Nacional de esta ciudad..

sant_ignazio_di_loyolaA partir de las fracciones de tierras recibidas, fueron acrecentando sus posesiones, por compras y por legados, alcanzando la suma total de 2700 hectáreas que fue llamada, Chacra o Chacarita de los Padres de la Compañía de Jesús.
Chacarita es un diminutivo del término Quechua “chácara” y según la enciclopedia Espasa Calpe, está aceptado como un americanismo que significa chacra pequeña.

En el año l650 los padres iniciaron la construcción de sus aposentos: galerías, barracas y chozas. El 11 de setiembre de 1680, el alcalde ordinario Fernando de Astudillo ordenó al Capitán Pedro Izarra Gaete, que hiciera entrega a la Compañía de Jesús de los terrenos comprados a Doña María de Carvajal y les ordenaba, que se practicaran la mensura de lo que poseían, por mercedes y otros recaudos. Dicha mensura dio por resultado, que en l680 poseían un conjunto de terrenos que, sin incluir las calles intermedias, ascendían a l400 varas de frente al río, por 6000 varas de fondo, es decir en metros: 1200 x 5000, aproximadamente.

En el año l740, cercana a las construcciones construyeron la capilla, la primera en la zona, después, el campanario y el camposanto.
En este año 1740 los españoles Jorge Juan y Santacilia, cosmògrafo y marino y Antonio de Ulloa, marino y sabio, fueron designados por el Rey de España Felipe V para que midiesen en América meridional un arco terrestre y realizaran otros servicios políticos y militares, que escribieron en un libro titulado “Noticias Secretas de América”, donde además, informaron sobre los jesuitas: “No se advierte en ellos la falta de religión, los escándalos y la conducta relajada tan corriente en los demás.”

Llegamos al año 1767. Gracias a las hábiles inversiones de los jesuitas la órden se había enriquecido pero no así sus miembros, que continuaban su vocación de pobreza y trabajaban bajo una rígida disciplina, pero por defender a los indios no eran bien vistos por los colonos y así, cayeron en desgracia ante el Rey Carlos III. El 27 de febrero de este año ordenó su expulsión de todos los dominios de la monarquía, además. el l2 de julio del mismo año fueron eliminados de la provincia de Córdoba y el 13 de julio, de la provincia de Santa Fe, confiscando todos sus bienes.
Reunidos en Buenos Aires, 289 jesuitas se embarcaron con destino a Cádiz, España y de allí, deportados a Italia. Habían fundado 11 colegios en el Río de la Plata, los cinco primeros fueron: Asunción del Paraguay en 1595; Córdoba en 1600; Santiago del Estero en 1607; Buenos Aires en 1608 y Santa Fe en 1610. Salieron del país en medio de la consternación de los indígenas que lloraban a sus “padres”

paolo3_sant_ignazioEn este año 1767 gobernaba Buenos Aires Francisco de Paula Bucarelli y Ursúa, acérrimo enemigo de la órden jesuítica, hizo ocupar los dos colegios de Buenos Aires y encarceló a sus moradores. Durante su gobierno los ingleses se apoderaron de las Islas Malvinas, desembarcando en Puerto Egmont de la Gran Malvina.
La expulsión de los Padres jesuitas representó un desastre para las colonias. Las misiones se disolvieron,. las escuelas menguaron y los hospitales y centros de caridad desaparecieron
Todos los bienes de los jesuitas fueron declarados de propiedad de la Corona y los beneficios que producían estas tierras, que antes percibía el Colegio Máximo de San Ignacio, fueron trasladados en 1768 a favor del Colegio Convictorio y Universidad Pública de San Carlos, más tarde al Real Colegio de San Carlos, fundado por el Virrey Vértiz en 1783, luego, al Colegio Seminario en 1813, hasta llegar al Colegio Nacional de Buenos Aires en 1863.
En el año 1836, durante el gobierno de Juan Manuel de Rosas, los jesuitas regresaron a la Argentina; pero esto es otra historia.

Xavier Marmier (1809-1892), literato francés, después de recorrer Europa y América publicó alrededor de 50 volúmenes, entre ellos, “Cartas de Sud América”, en tres tomos editados en 1851 en Bruselas, Bélgica. De este original tomó datos el escritor Argentino José Luis Busaniche que publicó en su libro “Buenos Aires y Montevideo en 1850”, donde dice que en este año Marmier visitó Buenos Aires y también la Chacarita, a dos leguas de la ciudad, para conocer lo realizado por los jesuitas y lo escribió:
mission de san ignacio“Los misioneros católicos fueron los primeros civilizadores en este país. La conquista que los gobernadores españoles ensayaron por medio de las armas, cumplieronla los misioneros mediante la dulzura y la persuasión. Con la cruz en la mano y el espíritu de la caridad en el corazón, la palabra de unción en los labios, se adelantaban hasta los indios, ganaban su confianza y poco a poco los inclinaban a los principios de la humanidad, acostumbrándolos también al orden y al trabajo. En medio de la tribu salvaje, levantaban una capilla, signo de paz y primer punto de reunión en que se abrigaban bajo el pensamiento de Dios. Cerca de la capilla, no tardaban en aparecer la quinta y sus frutos, el campo labrado con su cosecha, luego la granja y el granero. Los mismos misioneros empuñaban la azada y conducían el arado
.En ambos lados de los Andes y en las orillas del rio de la Plata, los jesuitas fueron los primeros agricultores y los primeros estancieros. Allí donde hacían una fundación, aparecían los gérmenes de la prosperidad. Una política sombría dio lugar a su expulsión de ésta comarca, donde habían dado lecciones de tanta utilidad. La tarea que dejaron inconclusa, no han podido continuarla quienes los prescribieron.

Los filósofos han arreglado muchas y bellas frases sobre la ambición desmesurada de los jesuitas, pero ninguno de estos elocuentes defensores de la libertades humanas ha pensado en trasladarse al desierto para contrabalancear con su enseñanza aquella fatal ambición y hacer, con peligro de la vida, entre las razas salvajes, la propaganda de la razón”.

corrientes - lacrozeLa Compañía de Jesus fue fundada en el año 1537 por San Ignacio de Loyola, cuyo nombre completo era Íñigo de Óñez y Loyola. Este santo, que primero fue militar y después vistió los hábitos, nació en Azpeitía (Guipúzcoa) Villa de España, en el año 1491.

En 1521 resultó herido durante la defensa de Pamplona ante los ataques franceses y, mientras se recuperaba de las lesiones tuvo la oportunidad de leer libros religiosos que lo introdujeron en el mundo espiritual. Luego cursó el seminario y fue ordenado sacerdote en 1538

La órden que hoy nos ocupa fue autorizada por el Papa Paolo III en el año 1540 (Canino 1468 – Roma 1549) y Papa, (1534-1549) . También dirigió la reforma de la Iglesia Católica, elemento sumamente importante para los jesuitas.

San Ignacio falleció en Roma en el año 1556 y fue canonizado por el Papa Gregorio XV en el año 1622; su festividad se conmemora el 31 de julio de cada año. El municipio de Azpeitía, donde el santo nació, fue declarado Patria y Santuario de San Ignacio de Loyola.

Y a propósito de este tema, recordamos que el 13 de marzo del 2013, fue designado Sumo Pomtífice de la Iglesia Católica un jesuita nacido en la Argentina: Cardenal Jorge Mario Bergoglio, que adoptó el nombre de Papa Francisco; es el primer Jesuita Papa, el primer latinoamericano y además, el primero con el nombre de Francisco. De los 266 Papas que marca la historia, San Pedro fue el número uno, entre los años 64-67 de la era cristiana y el penúltimo fue , Benedicto XVI, desde el año 2005 hasta el 2013.

Emilio Zamboni
Gesuiti – 2018

 

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