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Archive for the ‘Personaggi’ Category

Silvio Hodach insieme alla moglie Adua Vucenovich

Silvio Hodach insieme alla moglie Adua Vucenovich

a cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri

Ogni anno, con la legge n°92 del 30 Marzo 2004, in Italia il giorno 10 Febbraio si celebra la giornata del ricordo in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo di circa 350.000 italiani dalle città giuliano-dalmate di Pola, Fiume, Zara e non solo, realtà che dopo il Trattato di Pace di Parigi del 10/2/21947 sono passate sotto il controllo della Jugoslavia di Tito, in virtù del fatto che l’Italia è stata considerata una nazione sconfitta dopo la seconda guerra mondiale.

Le Marche hanno ospitato a Servigliano un importante centro di raccolta dei profughi e degli esuli giuliano-dalmati, partiti dalla loro terra nel 1947; da Servigliano diversi di questi esuli sono giunti anche nella nostra città. Secondo ricerche d’archivio, ed anche secondo i ricordi delle persone più anziane, nella nostra realtà abbiamo avuto la presenza di diversi nuclei familiari, che si sono fermati in città. Già nel 2012 abbiamo parlato della storia di uno di questi esuli, il maestro Silvio Hodach, nato a Zara il 28/12/1936 , orfano era giunto a Potenza Picena nel 1949 all’età di soli 13 anni, ospitato dalla famiglia di Giuseppe Andri, suo zio, anche lui esule, nato a Zara il 20/2/1896, la cui famiglia era composta dalla moglie Angiolina Rodini, dal figlio Aldo e dalla suocera Carmela Tecovich, tutti di Zara. Giuseppe Andri a Zara era un dipendente comunale ed anche nella nostra città è stato assunto presso il nostro ente locale. Silvio Hodach, successivamente si è sposato a Potenza Picena il 28/10/1961 con la sig.ra Adua Vucenovich, anche lei originaria di Zara, ma residente a Pescara e dal loro matrimonio sono nati Fabio e Maria-Tiziana.

Ernesto Gobbi

Ernesto Gobbi

Dopo la morte di Silvio Hodach, avvenuta il 21/1/1975 in Ancona, la famiglia si è trasferita a Pescara. Hodach è stato consigliere comunale per la DC ed era un virtuoso del pianoforte. Un’altra famiglia che si è stabilita a Potenza Picena è stata quella di Ernesto Gobbi, nato a Canale San Bovo (Trento), e di sua moglie Eufemia Micatovich originaria di Torre di Parenzo (Pola), arrivati nella nostra città partiti da Gaeta. Non hanno avuto figli ed Ernesto Gobbi ha fatto la Guardia Municipale. Una terza famiglia che si è stabilità a Potenza Picena, in particolare al Porto, il cui capofamiglia proveniva da Fiume, è stata quella di Silvino Duiz, di sua moglie Costa Maria di Collazzone (PG), del padre Luigi Alessandro di Fiume e del figlio Claudio nato a Passignano sul Trasimeno. Da Passignano si sono trasferiti a Porto Potenza Picena dove Silvino ha lavorato come impiegato presso l’Istituto Elioterapico S.Stefano. Di questa famiglia originaria di Fiume vive ancora oggi al Porto il figlio Claudio che nel frattempo si è sposato con la sig.ra Maria Assunta Moscioni. Nel 1945, cioè prima dell’inizio dell’esodo giuliano-dalmata, risultava presente a Porto Potenza Picena un’altra famiglia proveniente da Zara, che non si è stabilita definitivamente in città. Si trattava della famiglia Unich, composta da Giovanni, da sua moglie Jvanco Edvige, dal figlio Matteo, dalla nuora Beneveria Domida e dal nipote Gianni. Anche la sig.ra Ronconi Giorgia del fu Mariano il 7/6/1946 risulta presente a Potenza Picena, proveniente da Fiume, ospite delle sorelle Antonia e Luigia, sarte di Potenza Picena, conosciute come le “profughe”. Oggi vive a Potenza Picena anche la sig.ra Piccolo Isabella (Edda), nata a Fiume il 15/4/1930, dopo essere stata per molti anni a Bergamo. Quella della famiglia Ronconi è una storia incredibile. Infatti i componenti questa famiglia si trovavano a Potenza Picena come profughi, come altre 50 persone, già durante la prima guerra mondiale, provenienti dalle zone di guerra, ed esattamente da Susak (Fiume).

Ida Beghin

Ida Beghin

Era una famiglia molto numerosa, composta dalla madre Maria Blazevich nata a Markopaly, da un figlio Ernesto, poi sposato con la sig.ra Amelia Fontinovo, la “Frajentina” che gestiva la cantina di Via S.Marco nel centro storico, e da altre 5 figlie, tutte sarte, Antonia, Luigia, Maria, Giorgia e Veronica. Dopo la fine della prima guerra mondiale, a differenza di tutti gli altri profughi che sono ritornati nelle loro zone di origine, i Ronconi sono rimasti tutti nella nostra città e solo nel 1934 la madre Maria Blazevich e una delle figlie, Giorgia Ronconi, hanno fatto ritorno a Markopaly. Una delle sorelle Ronconi, Maria ha sposato Roul Torresi ed un’altra, Veronica un soldato polacco del battaglione Skorpion Sergio Krylow, andati poi in Argentina. Un’altra profuga, proveniente da Gorizia durante la prima guerra mondiale che con la sua famiglia era approdata prima a Corridonia poi, giovane, nel nostro Monastero dell’Addolorata è stata Ida Beghin, che è venuta nella nostra città insieme alla sorella Margherita. Successivamente sono tutte e due diventate suore dell’Addolorata ed Ida addirittura è stata Superiore del nostro Monastero dal 1963 al 1979. Queste sono le storie delle famiglie che si sono fermate a Potenza Picena, esuli o dai territori giuliano-dalmati nel 1947, oppure profughi nel 1918 a causa della prima guerra mondiale. La nostra città ha saputo accoglierli tutti, nonostante le difficoltà, considerandoli fratelli ed italiani. La causa di queste tragedie familiari due guerre mondiali. Mai più guerre, mai più nazionalismi.

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a cura di Emilio Zamboni
traduzione di Gianfranco Morgoni.

Il giorno 12 novembre 2018 è morto Emilio Zamboni, nostro collaboratore ed amico. Avevamo preso l’impegno di pubblicare alcuni suoi lavori di ricerca storica. Questo sulla compagnia di Gesù e i suoi seguaci in Argentina è il primo articolo.

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Papa Francesco

Nel 2014 si sono compiuti 25 anni dalla fondazione, 28 agosto 1989, della Giunta di Studi Storici dei Rioni Chacarita e Colegiales di Buenos Aires. Ricordando il nostro primo presidente, il Professor Diego A. del Pino, e il suo fervente impegno per investigare e diffondere le origini dei due Rioni, ci soffermeremo oggi sui Padri Gesuiti, membri della Compagnia di Gesù, dato che la storia di questi rioni si sviluppò intorno agli edifici da loro costruiti nella chacra o chacarita (fattoria) che essi fondarono.

I seguaci della Compagnia di Gesù giunsero dalla Spagna nell’anno 1608, il 16 di dicembre, e, secondo quanto disposto dall’Assemblea nelle sessioni tenute nei giorni 6 ed 8 dello stesso mese, il governatore Hernando Arias de Saavedra (Hernandarias) fece loro dono di due terreni: uno a due leghe dalla città (10 km circa), l’attuale Chacarita, e l’altro nel villaggio di Las Conchas, oggi Capilla del Señor.

Qui coltivavano grano, mais, alberi da frutto, e allevavano bestiame ed animali da cortile. Questi terreni, oltre ai benefici materiali che producevano, permettevano loro di provvedere all’alimentazione dei sacerdoti e degli allievi del Collegio Massimo di S. Ignazio, da loro fondato, che è il predecessore dell’odierno Collegio Nazionale di Buenos Aires.

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SAnt’Ignazio di Loyola

A partire da questi primi terreni, i Padri Gesuiti accrebbero nel tempo i loro possedimenti, attraverso acquisti e donazioni, arrivando ad una proprietà complessiva di 2700 ettari, cui fu dato il nome di Chacra o Chacarita dei Padri della Compagnia di Gesù. Chacarita è un diminutivo del vocabolo Quechua “chácara” e, secondo l’enciclopedia Espasa Calpe, viene accettato come un americanismo col significato di piccola fattoria.
Nel 1650 i Padri iniziarono la costruzione dei loro alloggiamenti: baracche, capanne e porticati. Nelle planimetrie redatte dall’agrimensore Pedro Benoit, nel 1871, quando i vari edifici non avevano subito alcuna demolizione, si può osservare che erano di grandi dimensioni, 4000 metri quadrati ciascuno.

L’11 settembre del 1680, l’alcalde ordinario Fernando de Astudillo ordinò al capitano Pedro Izarra Gaete, di trasferire alla Compagnia di Gesù i terreni comprati da Doña Maria de Carvajal, e dispose che si eseguisse la misurazione dei possedimenti, per valutare i compensi e le altre garanzie. Detta misurazione diede come risultato che il Collegio dei Gesuiti possedeva nel 1680 un complesso di terreni che, senza includere le vie interne, ammontavano a un fronte di 1400 verghe lungo il fiume, per una profondità di 6000 verghe, vale a dire 1200 x 5000 metri quadrati, approssimativamente. Vicino alle costruzioni del 1650, i Gesuiti costruirono, nel 1740, una cappella che sarebbe stata la prima nella zona, e, più tardi, il campanile ed il Camposanto.

Nel medesimo anno 1740 gli spagnoli Jorge Juan y Santacilia, geografo e navigatore, e Antonio de Ulloa, navigatore ed erudito, furono incaricati dal Re di Spagna Filippo V di effettuare studi e rilevazioni in un arco di territorio dell’America meridionale, realizzando inoltre anche altri servizi di natura politica e militare. Scrissero un libro: “Notizie Segrete d’America” in cui riportarono, a proposito dei Gesuiti: “Non si avverte in loro la mancanza di religiosità, gli scandali e la condotta rilassata tanto diffusa altrove”.
Giungiamo dunque all’anno 1767. Grazie ad abili investimenti, l’Ordine si era arricchito, ma non così i suoi membri, che continuavano la loro vocazione di povertà e lavoravano sotto una rigida disciplina, ma, per il fatto che difendevano i nativi, non erano ben visti dai coloni, ragion per cui caddero in disgrazia agli occhi del Re Carlo III, che il 27 febbraio dello stesso anno ordinò l’espulsione dei Gesuiti da tutti i territori del Regno. Il successivo 12 luglio furono cacciati dalla provincia di Cordoba, ed il 13 da quella di Santa Fe, con la conseguente confisca dei beni. Riuniti a Buenos Aires, 289 Padri Gesuiti si imbarcarono con destinazione Cadice, in Spagna, e, da lì, ripararono in Italia. Avevano fondato 11 collegi nel Rio de la Plata, di cui i primi cinque furono: Asunción del Paraguay nel 1565, Córdoba nel1600, Santiago del Estero nel 1607, Buenos Aires nel 1608 e Santa Fe nel 1610. Lasciarono il paese in mezzo alla costernazione degli indigeni, che piangevano all’indirizzo dei loro “padri”.

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Paolo III e Sant’Ignazio di Loyola

In quell’anno 1767 governava Buenos Aires Francisco de Paula Bucarelli y Ursúa, acerrimo nemico dell’Ordine Gesuitico, il quale fece occupare i due collegi di Buenos Aires e incarcerò coloro che vi dimoravano. Durante il suo governo gli Inglesi si impossessarono delle Isole Malvine, sbarcando a Porto Egmont dell’isola Gran Malvina.

L’espulsione dei Padri Gesuiti rappresentò un disastro per le colonie. Le missioni si sciolsero, le scuole diminuirono fortemente e gli ospedali e i centri di assistenza e carità sparirono.

Tutti i beni dei Gesuiti furono dichiarati proprietà della Corona e i benefici prodotti da quelle terre, che precedentemente erano a vantaggio del Collegio Massimo di Sant’Ignazio, furono trasferiti nel 1768 a favore del Collegio Convitto e Università Pubblica di San Carlo, e, più tardi, al Real Collegio di San Carlo, fondato dal Viceré Vértiz nel 1783, successivamente al Collegio Seminario nel 1813, per arrivare infine al Collegio Nazionale di Buenos Aires nel 1863.

Nella Piazza dei Collegiali, tra le vie Cramer, Zapiola, Ten. Benjamin Matienzo ed altre proprietà private, una targa in bronzo ricorda i Collegi: Colegio Máximo de San Ignacio, 1767; Colegio Convictorio y Unversidad Pública de San Carlos, 1768; Real Colegio de San Carlos, 1785; Colegio Seminario, 1813; Colegio de la Unión del Sud, 1817; Colegio de las Ciencias Morales, 1823; Colegio de los Jesuitas, 1836; Colegio Nacional de Buenos Aires, 1863.

Xavier Marmier, letterato francese, dopo aver percorso l’Europa e l’America, inclusa una visita a la Chacarita, pubblicò all’incirca 50 volumi, tra cui, “Carte del Sud America”, in tre tomi editi nel 1851 a Bruxelles, in Belgio. Da questo originale fu tratto il libro “Buenos Aires e Montevideo”, nel 1850, e pubblicato nel 1948 da José Luis Busaniche, dove figura la visita di Marmier a la Chacarita e ci dice:

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Missione di Sant’Ignazio nei presso della omonima città argentina

“I missionari cattolici furono i primi civilizzatori in questo paese. La conquista che i governatori spagnoli tentarono per mezzo delle armi, la completarono i missionari mediante la dolcezza e la persuasione. Con la croce in mano e lo spirito della carità nel cuore, la parola di fratellanza sulle labbra, si presentavano agli indios, ottenevano la loro fiducia e, poco a poco, li avviavano ai loro principi di umanità, abituandoli anche all’ordine e al lavoro. In mezzo alla tribù selvaggia, innalzarono una cappella, simbolo di pace e primo punto di riunione in cui i riparavano sotto la protezione di Dio. Vicino alla cappella non tardarono ad apparire la casa rurale e i suoi prodotti, il campo lavorato con il suo raccolto, quindi la fattoria e il granaio. Gli stessi missionari impugnavano la zappa e conducevano l’aratro.

Da ambo i lati delle Ande e sulle rive del Rio de la Plata, i Gesuiti furono i primi agricoltori e i primi coloni. Nel luogo in cui innalzavano una fondazione, apparivano i germogli della prosperità. Una politica ostile dette luogo alla loro espulsione da questa regione, dove avevano dato prove di tanta utilità. L’opera che lasciarono incompiuta, non hanno potuto continuarla coloro che l’avevano ordinato”.

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Strade Corrientes e Federico Lacroze
Centro del quartiere di Chacarita
Citta de Buenos Aires

La Compagnia di Gesù fu fondata nell’anno 1537 da Sant’Ignazio di Loyola, il cui nome completo era Iñigo de Oñez y Loyola. Questo santo, che prima fu militare, poi vestì l’abito religioso, nacque ad Azpeitía (Guipúzcoa), città della Spagna, nell’anno 1491. Nel 1521 fu ferito nel corso della difesa di Pamplona sotto gli attacchi dei Francesi, e, mentre era convalescente, ebbe l’opportunità di leggere dei libri religiosi che lo introdussero nel mondo spirituale. Successivamente frequentò il seminario e fu ordinato sacerdote nel 1538. L’Ordine di cui noi oggi ci occupiamo fu autorizzato da Papa Paolo III nell’anno 1540. Sant’Ignazio morì a Roma nel 1556 e fu canonizzato dal Papa Gregorio XV nell’anno 1622; la sua festa si celebra il 31 di luglio di ogni anno. Il municipio di Azpeitía, dove il Santo era nato, fu dichiarato Patria e Santuario di Sant’Ignazio di Loyola.

Nel 1836, durante il governo di Juan Manuel de Rosas, i Gesuiti tornarono in Argentina; ma questa è un’altra storia.

A proposito di questo tema, ricordiamo che il 13 marzo del 2013 fu eletto Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica un Gesuita nato in Argentina, il Cardinale Jorge Mario Bergoglio, che adottò il nome di Papa Francesco. È il primo Papa Gesuita, il primo latinoamericano e, inoltre, il primo con il nome di Francesco. Dei 266 Papi che registra la storia, San Pietro fu il primo, tra gli anni 64 e 67 dell’era cristiana, e il penultimo, Benedetto XVI, resse la Chiesa dall’anno 2005 al 2013.

Aricolo correlato:


COMPAÑÍA DE JESÚS Sus Miembros en Argentina

Idioma Castellano

papa francescoEn el año 2014 se cumplieron 25 años de la fundación de la Junta de Estudios Históricos de los Barrios de Chacarita y Colegiales de Buenos Aires, 28 agosto 1989. Recordando a nuestro primer presidente, profesor Diego A. del Pino, con su inquietud para investigar y difundir el pasado de nuestros dos barrios, trataremos de hablar de los padres jesuitas, miembros de la Compañía de Jesús, que alrededor de los edificios construidos por ellos en la chacra o chacarita que fundaron, se fue desarrollando la historia de Chacarita y Colegiales..

Estos componentes de la Compañia de Jesus llegaron de España en el año 1608 y el 16 de diciembre, conforme a lo dispuesto por el Cabildo en sesiones realizadas los días 6 y 8 de del mismo mes, el Gobernador Hernando Arias de Saavedra (Hernandarias) les hizo una donación de dos terrenos: uno, a dos leguas de la ciudad, actual Chacarita y el otro, en el pago de Las Conchas, hoy Capilla del Señor.

Cultivaron trigo, maíz, árboles frutales y criaron ganado mayor y animales de corral. Por otra parte, además de los beneficios que producían estos terrenos, les permitían proveer alimentos a los sacerdotes y alumnos del Colegio Máximo de San Ignacio, fundado por ellos en el centro de Buenos Aires, predecesor en muchos años del hoy Colegio Nacional de esta ciudad..

sant_ignazio_di_loyolaA partir de las fracciones de tierras recibidas, fueron acrecentando sus posesiones, por compras y por legados, alcanzando la suma total de 2700 hectáreas que fue llamada, Chacra o Chacarita de los Padres de la Compañía de Jesús.
Chacarita es un diminutivo del término Quechua “chácara” y según la enciclopedia Espasa Calpe, está aceptado como un americanismo que significa chacra pequeña.

En el año l650 los padres iniciaron la construcción de sus aposentos: galerías, barracas y chozas. El 11 de setiembre de 1680, el alcalde ordinario Fernando de Astudillo ordenó al Capitán Pedro Izarra Gaete, que hiciera entrega a la Compañía de Jesús de los terrenos comprados a Doña María de Carvajal y les ordenaba, que se practicaran la mensura de lo que poseían, por mercedes y otros recaudos. Dicha mensura dio por resultado, que en l680 poseían un conjunto de terrenos que, sin incluir las calles intermedias, ascendían a l400 varas de frente al río, por 6000 varas de fondo, es decir en metros: 1200 x 5000, aproximadamente.

En el año l740, cercana a las construcciones construyeron la capilla, la primera en la zona, después, el campanario y el camposanto.
En este año 1740 los españoles Jorge Juan y Santacilia, cosmògrafo y marino y Antonio de Ulloa, marino y sabio, fueron designados por el Rey de España Felipe V para que midiesen en América meridional un arco terrestre y realizaran otros servicios políticos y militares, que escribieron en un libro titulado “Noticias Secretas de América”, donde además, informaron sobre los jesuitas: “No se advierte en ellos la falta de religión, los escándalos y la conducta relajada tan corriente en los demás.”

Llegamos al año 1767. Gracias a las hábiles inversiones de los jesuitas la órden se había enriquecido pero no así sus miembros, que continuaban su vocación de pobreza y trabajaban bajo una rígida disciplina, pero por defender a los indios no eran bien vistos por los colonos y así, cayeron en desgracia ante el Rey Carlos III. El 27 de febrero de este año ordenó su expulsión de todos los dominios de la monarquía, además. el l2 de julio del mismo año fueron eliminados de la provincia de Córdoba y el 13 de julio, de la provincia de Santa Fe, confiscando todos sus bienes.
Reunidos en Buenos Aires, 289 jesuitas se embarcaron con destino a Cádiz, España y de allí, deportados a Italia. Habían fundado 11 colegios en el Río de la Plata, los cinco primeros fueron: Asunción del Paraguay en 1595; Córdoba en 1600; Santiago del Estero en 1607; Buenos Aires en 1608 y Santa Fe en 1610. Salieron del país en medio de la consternación de los indígenas que lloraban a sus “padres”

paolo3_sant_ignazioEn este año 1767 gobernaba Buenos Aires Francisco de Paula Bucarelli y Ursúa, acérrimo enemigo de la órden jesuítica, hizo ocupar los dos colegios de Buenos Aires y encarceló a sus moradores. Durante su gobierno los ingleses se apoderaron de las Islas Malvinas, desembarcando en Puerto Egmont de la Gran Malvina.
La expulsión de los Padres jesuitas representó un desastre para las colonias. Las misiones se disolvieron,. las escuelas menguaron y los hospitales y centros de caridad desaparecieron
Todos los bienes de los jesuitas fueron declarados de propiedad de la Corona y los beneficios que producían estas tierras, que antes percibía el Colegio Máximo de San Ignacio, fueron trasladados en 1768 a favor del Colegio Convictorio y Universidad Pública de San Carlos, más tarde al Real Colegio de San Carlos, fundado por el Virrey Vértiz en 1783, luego, al Colegio Seminario en 1813, hasta llegar al Colegio Nacional de Buenos Aires en 1863.
En el año 1836, durante el gobierno de Juan Manuel de Rosas, los jesuitas regresaron a la Argentina; pero esto es otra historia.

Xavier Marmier (1809-1892), literato francés, después de recorrer Europa y América publicó alrededor de 50 volúmenes, entre ellos, “Cartas de Sud América”, en tres tomos editados en 1851 en Bruselas, Bélgica. De este original tomó datos el escritor Argentino José Luis Busaniche que publicó en su libro “Buenos Aires y Montevideo en 1850”, donde dice que en este año Marmier visitó Buenos Aires y también la Chacarita, a dos leguas de la ciudad, para conocer lo realizado por los jesuitas y lo escribió:
mission de san ignacio“Los misioneros católicos fueron los primeros civilizadores en este país. La conquista que los gobernadores españoles ensayaron por medio de las armas, cumplieronla los misioneros mediante la dulzura y la persuasión. Con la cruz en la mano y el espíritu de la caridad en el corazón, la palabra de unción en los labios, se adelantaban hasta los indios, ganaban su confianza y poco a poco los inclinaban a los principios de la humanidad, acostumbrándolos también al orden y al trabajo. En medio de la tribu salvaje, levantaban una capilla, signo de paz y primer punto de reunión en que se abrigaban bajo el pensamiento de Dios. Cerca de la capilla, no tardaban en aparecer la quinta y sus frutos, el campo labrado con su cosecha, luego la granja y el granero. Los mismos misioneros empuñaban la azada y conducían el arado
.En ambos lados de los Andes y en las orillas del rio de la Plata, los jesuitas fueron los primeros agricultores y los primeros estancieros. Allí donde hacían una fundación, aparecían los gérmenes de la prosperidad. Una política sombría dio lugar a su expulsión de ésta comarca, donde habían dado lecciones de tanta utilidad. La tarea que dejaron inconclusa, no han podido continuarla quienes los prescribieron.

Los filósofos han arreglado muchas y bellas frases sobre la ambición desmesurada de los jesuitas, pero ninguno de estos elocuentes defensores de la libertades humanas ha pensado en trasladarse al desierto para contrabalancear con su enseñanza aquella fatal ambición y hacer, con peligro de la vida, entre las razas salvajes, la propaganda de la razón”.

corrientes - lacrozeLa Compañía de Jesus fue fundada en el año 1537 por San Ignacio de Loyola, cuyo nombre completo era Íñigo de Óñez y Loyola. Este santo, que primero fue militar y después vistió los hábitos, nació en Azpeitía (Guipúzcoa) Villa de España, en el año 1491.

En 1521 resultó herido durante la defensa de Pamplona ante los ataques franceses y, mientras se recuperaba de las lesiones tuvo la oportunidad de leer libros religiosos que lo introdujeron en el mundo espiritual. Luego cursó el seminario y fue ordenado sacerdote en 1538

La órden que hoy nos ocupa fue autorizada por el Papa Paolo III en el año 1540 (Canino 1468 – Roma 1549) y Papa, (1534-1549) . También dirigió la reforma de la Iglesia Católica, elemento sumamente importante para los jesuitas.

San Ignacio falleció en Roma en el año 1556 y fue canonizado por el Papa Gregorio XV en el año 1622; su festividad se conmemora el 31 de julio de cada año. El municipio de Azpeitía, donde el santo nació, fue declarado Patria y Santuario de San Ignacio de Loyola.

Y a propósito de este tema, recordamos que el 13 de marzo del 2013, fue designado Sumo Pomtífice de la Iglesia Católica un jesuita nacido en la Argentina: Cardenal Jorge Mario Bergoglio, que adoptó el nombre de Papa Francisco; es el primer Jesuita Papa, el primer latinoamericano y además, el primero con el nombre de Francisco. De los 266 Papas que marca la historia, San Pedro fue el número uno, entre los años 64-67 de la era cristiana y el penúltimo fue , Benedicto XVI, desde el año 2005 hasta el 2013.

Emilio Zamboni
Gesuiti – 2018

 

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A cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri

Borroni Ulderico

Quando si parla di fornai a Potenza Picena, si deve parlare della famiglia Borroni, giunta alla quarta generazione impegnata costantemente dal 1919 nella produzione e vendita di pane per la locale comunità. La famiglia Borroni a Potenza Picena si identifica con la produzione del pane, come le famiglie Clementoni, Granati e Persichini con l’edilizia, i Mazzarella e gli Scoccia con le scarpe, gli Orselli e i Pastocchi con la falegnameria, e in passato i Grandinetti con le corde, i Mancini (Catillo), i Carestia e i Chiatti con i birocci, i Galeazzi (Coccioni) con le terracotte ed i Ceccotti con le fornaci.
Tutto inizia con il capostipite della famiglia Borroni, Olderico (che in seguito verrà chiamato Ulderico), nato a Potenza Picena il 23/9/1892 da Sante, contadino, e da Filomena Paparelli, casalinga, in c/da Giardino 249, nella zona di Montecanepino. Olderico era il terzo di 6 figli. Partecipa alla prima guerra mondiale come caporale del 6° Reparto Sussistenza avanzata dei Bersaglieri, combatte a Palmanova, contrae la malaria e viene insignito del distintivo di fatiche di guerra, campagna italo-austriaca.
Proprio durante il conflitto mondiale impara l’arte della panificazione, e terminata la guerra, rientrato a Potenza Picena, il 6 Settembre del 1919 apre in Via Massucci (l’attuale Via Mariano Cutini) il forno con negozio per la vendita del pane. Il giorno 11 Maggio 1919 sposa la sig.ra Beatrice Benedetti (Giuditta), figlia di Giuseppe e di Adelaide Milli, nata a Morena di Gubbio il 19/4/1888, che sarà fondamentale per lo sviluppo dell’attività del forno, anche dopo la morte del marito. Infatti Olderico muore prematuramente a Potenza Picena il 13/1/1934, lasciando la moglie Giuditta sola insieme ai tre figli nati dalla loro unione, Giuseppe, Antonio e Mario. Un quarto figlio, Olivo, nato il 25/2/1925, era morto il 6/1/1927, a soli 2 anni.

Benedetti Giuditta con i figli

Giuditta con tenacia, da sola, porta avanti sia la famiglia che l’attività artigianale e commerciale del forno, che prosegue senza interruzioni, e quando i figli sono grandi la aiutano nel lavoro. La sig.ra Giuditta muore il 24/7/1974. Dopo la morte di Giuseppe, il 22/6/1963, che era subentrato alla madre nella gestione del forno, assume un impegno preminente il fratello Antonio, morto il 28/3/1974, con la moglie Lina Sabbatini, mentre Mario, morto il 6/9/1981, aprirà lo Snack Bar in Largo Leopardi.
Giuseppe oltre che essere stato impegnato nella gestione del forno, è stato valente cuoco presso 1’Istituto Elioterapico “Divina Provvidenza” (l’attuale S. Stefano) di Porto Potenza Picena e ha gestito prima una Trattoria-Rosticceria in Piazza della Stazione sempre al Porto, poi il Motel Agip lungo la Nazionale ed infine l’Albergo Centrale di Potenza Picena in Piazza Matteotti.
L’attività del forno verrà proseguita dai figli di Antonio, Fabio, Ulderico(Massimo), Miriam e Sebastiano. Oggi continuano i figli di Fabio, Matteo, Eva ed Andrea. Eva è specializzata nella produzione di dolci e panettoni.

Lina Sabbatini

La nobile attività di fornaio a Potenza Picena è documentata già dal 1861. Erano presenti all’epoca due forni nel Capoluogo, il più antico in Via Massucci (l’attuale via Mariano Cutini), gestito prima da Giostra Carlo e dalla moglie Cingolani Rosa insieme al genero Delmonte Vincenzo, poi fino al 1914 da Lanciani Giuseppe (probabilmente lo stesso forno poi rilevato da Olderico Borroni e dalla moglie Giuditta Benedetti nel 1919), e un altro in Via Marefoschi, vicolo del forno, gestito dalla famiglia dei Properzi di Morrovalle, prima Aldebrando con la moglie Teresa Baldassarri, poi dal nipote Giuseppe con la moglie Delmonte Nicolina (Maria) e la figlia Caterina. Nel Novecento vi sono state altre famiglie che hanno gestito forni a Potenza Picena, come quella di Andreani Enrico (detto “lo fornaretto”) con la moglie Iginia Rebichini, rilevato successivamente dalla famiglia di Spalletti Nazzareno, e quella di Giovanni Natali (Nanni de Macerata). A Porto Potenza Picena i primi forni risultano quelli gestiti dalle famiglie di Pavoni Teresa, Giustini Antonio, Carlocchia Giuseppe e la moglie Foresi Gina. A Montecanepino ricordiamo Adino Romagnoli, mentre in precedenza c’era un forno pubblico dove chiunque portandosi la legna lo poteva utilizzare. Risultava un forno anche all’interno della Villa Bonaccorsi a Castel S. Filippo di Montecanepino, nel Monastero delle Suore Figlie dell’Addolorata (le Monachette) e nel Convento dei Frati Minori.

Gli attuali attuali gestori del forno

Anche la toponomastica dei due centri ricordava la presenza dei forni. Infatti sia a Potenza Picena che al Porto vi erano anticamente due vie Vico del Forno, in prossimità dei laboratori artigianali di produzione, oggi non più presenti. Attualmente abbiamo solo un nuovo vicolo del Forno nel Capoluogo, che si trova in prossimità proprio del laboratorio della famiglia Borroni, che collega le vie Mariano Cutini e Bruno Mugellini.
Oggi a Potenza Picena oltre al forno della famiglia Borroni, abbiamo un altro forno gestito dalle famiglie Capodaglio e Braconi in Via Vittorio Veneto, mentre a Porto Potenza Picena vi sono tre forni gestiti da Pagnanini Mario, dagli Eredi Sanità Marcello di Sanità Fabrizio e da Marzioli Renato di Borini e figli. Quella della panificazione è un’attività molto nobile, ma impegnativa che richiede tanti sacrifici e rinunce. Auspichiamo che la famiglia Borroni, con gli attuali rappresentanti, i fratelli Matteo, Eva e Andrea, festeggeranno il secolo di attività nel settembre di quest’anno.

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Badaloni1a cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri
Il dott. Nicola Badaloni è nato a Recanati il giorno 2/12/1854 ed è morto a Trecenta, in Provincia di Rovigo nel Polesine, il giorno 21/5/1945. E’ stato un illustre medico, libero docente in patologia speciale medica ed autore di apprezzati lavori scientifici.
Durante la sua lunga vita non volle mai allontanarsi da Trecenta, nel Polesine, che conta oggi 3.000 abitanti. Trecenta annovera il dott. Nicola Badaloni tra i suoi figli illustri e ne ha curato una interessante biografia sul suo sito istituzionale. Nel 2017 inoltre il comune di Trecenta ha organizzato un importante Convegno in suo onore.
È stato un vero apostolo della redenzione sociale e lottò strenuamente durante tutta la sua lunga vita per la elevazione materiale e morale del misero bracciantato del Polesine.
Dal 1886 è stato Deputato al Parlamento Nazionale per i collegi di Badia Polesine, Imola e Rovigo e nel 1920 è stato nominato Senatore del Regno su proposta di Giolitti. Dal 1889 fino al 1919 è stato consigliere Provinciale di Rovigo ed è stato alla guida anche del Partito Socialista polesano.
Nicola Badaloni era giunto a Trecenta nel 1878, quando il giorno 11 Luglio aveva assunto la condotta medica di questa cittadina all’età di soli 24 anni. Si era laureato in medicina e chirurgia all’Università di Napoli il giorno 27/8/1877. E’ stato poi assistente della Cattedra medica all’Università di Padova, libero docente all’Università di Perugia e poi a quella di Napoli. E’ stato membro del Consiglio Superiore della Sanità e relatore di disegni di legge socio-sanitari sull’abuso di sostanze stupefacenti. Si è molto impegnato nella lotta contro la pellagra e la malaria, che alla fine dell’Ottocento colpivano in particolare le zone paludose del Polesine.
Cosa c’entra il dott. senatore Nicola Badaloni con Potenza Picena, vi chiederete? E’ una domanda legittima, in quanto come abbiamo detto all’inizio l’opera di questo straordinario medico e politico si è svolta a Trecenta.
Nel 1878 risultava comunque eletto come medico chirurgo a Potenza Picena, delibera di consiglio comunale del 25/2/1878, dopo aver vinto un concorso indetto dal nostro Comune l’anno prima, nel 1877 (in quanto all’epoca l’Ospedale Civile dipendeva dal Comune), e doveva prendere servizio entro il marzo 1878. Il dott. Nicola Badaloni in data 21 Aprile del 1878 aveva inviato al Sindaco di Potenza Picena, il cav. Luciano Bocci, una sua lettera in cui dichiarava di accettare l’incarico della condotta chirurgica nella nostra città, ma che per precedenti impegni assunti con il comune di Trecenta non poteva subito assumere l’incarico, indicando, come suo temporaneo sostituto il recanatese dott. Giovanni Falleroni, che lui aveva già contattato, e che si era dimostrato disponibile a questo ruolo interinale.
La sua accettazione di questo incarico a Potenza Picena, in concomitanza con quello di Trecenta probabilmente nasceva anche dalla necessità di potersi avvicinare alla sua città natale, cioè Recanati.
Badaloni2Purtroppo successivamente il dott. Nicola Badaloni non ha mantenuto fede al suo impegno e nonostante le ripetute richieste del nostro Comune, questo rapporto di lavoro non si è potuto concretizzare ed il nostro Ente ha assunto al suo posto il dott. Pietro Falleroni di Porto Civitanova il giorno 17/8/1878, mentre il dott. Nicola Badaloni è rimasto definitivamente a Trecenta. Comunque all’epoca anche il Sindaco di Trecenta, il sig. A. Santarelli si era molto attivato presso il nostro Comune per fare in modo che il dott. Nicola Badaloni potesse rimanere nella città del Polesine, cioè Trecenta, dove la sua indefessa opera sanitaria era fondamentale per poter battere sia la pellagra che la malaria.
In questo modo comunque la nostra città ha perso l’occasione storica di poter avere come suo medico chirurgo un luminare come il dott. Nicola Badaloni.
Nel nostro ricchissimo archivio storico comunale di Via Trento si trovano oggi ancora le lettere sia del dott. Nicola Badaloni che del Sindaco di Trecenta Santarelli e di quello di Potenza Picena Cav. Luciano Bocci. In data 22 Gennaio 2018 abbiamo inviato le due lettere di Badaloni e di Santarelli al Sindaco attuale di Trecenta, il sig. Antonio Laruccia.

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a cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri

Mons. Franco Crovi Vescovo titolare di Potenza Picena. Foto tratta dal sito della Diocesi di Crema.

Il giorno Domenica 11 Novembre 2018 è venuto a Potenza Picena Mons. Franco Croci, Vescovo Titolare della nostra città dal giorno 3 Dicembre 1999, nominato dal Pontefice Giovanni Paolo II.
Il giorno 6 gennaio 2000 ha ricevuto la Consacrazione Episcopale.
Lo ha accompagnato a Potenza Picena il suo Segretario, l’olandese Mons. Karel Kasteel.
La mattina di Domenica 11 Novembre 2018, alle ore 11,00, ha celebrato la messa presso la Collegiata di Santo Stefano insieme al parroco, padre Michele Ardò ed al suo Segretario Kasteel. Nell’occasione l’Amministrazione Comunale era rappresentata dagli assessori Tommaso Ruffini e Luca Strovegli.
Mons. Franco Croci è nato a Crema il giorno 25/6/1930 ed è il secondo Vescovo Titolare di Potenza Picena, dopo Mons. Adam Kozlowiecki, che era stato nominato dal Pontefice Paolo VI il giorno 26 Luglio 1969 ed ha ricoperto questo incarico fino alla sua nomina a Cardinale, avvenuta il giorno 21 Febbraio 1998.
Mons. Franco Croci è la terza volta che viene a Potenza Picena. La prima volta è venuto nei giorni 11, 12 e 13 Marzo del 2000 ed è stato accolto dal parroco don Carlo Leoni, che poi ha scritto un bellissimo articolo sull’avvenimento, uscito sul n° 7 dei mesi di Aprile-Maggio 2000 di Filo Diretto, oltre che essere accolto dal Sindaco dell’epoca Mario Morgoni.

Stemma Vescovile di Mons. Franco Croci Vescovo titolare di Potenza Picena. Foto tratta dal sito della Diocesi di Crema.

La seconda volta nel 2015, nell’occasione della Festa di San Girio, compatrono di Potenza Picena, il 25 Maggio, ed è stato ricevuto dai parroci don Andrea Bezzini, don Aldo Marinozzi, don Francesco Miti, don Cesare Di Lupidio e dal Sindaco di Potenza Picena Francesco Acquaroli e da tutta la sua Giunta Comunale in Municipio.
Il prossimo anno 2019, il giorno 26 Luglio, sono 50 anni dal giorno in cui Potenza Picena dopo diversi secoli è ritornata ad avere il suo Vescovo Titolare, oltre che la ricorrenza dei 20 anni dalla nomina di Mons. Franco Croci nel ruolo di Vescovo Titolare di Potenza Picena avvenuta il giorno 3 Dicembre 1999. Sarebbe significativo che l’Amministrazione Comunale di Potenza Picena valuti l’opportunità di conferirgli la cittadinanza onoraria della nostra città.

Mons. Franco Croci a Potenza Picena il giorno domenica 11 novembre 2018 durante la messa presso la Collagiata di Santo Stefano

Lo stesso precedessore di Franco Croci, Mons. Adam Kozlowiecki il giorno 21/2/1974, delibera di Consiglio Comunale n° 44, Sindaco il prof. Gabriele Nocelli, ha ricevuto questa onorificenza comunale. In questo modo Mons. Franco Croci non sarebbe solo il nostro amato Vescovo Titolare, ma anche un cittadino onorario di Potenza Picena. Siamo certi che la nostra proposta verrà presa in seria considerazione dai nostri amministratori.
Il servizio fotografico del giorno 11 Novembre 2018 presso la Collegiata di Santo Stefano ci è stato gentilmente fornito da Elisa Cartuccia, che ringraziamo di cuore.

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a cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri
1948_dc_2In un nostro precedente articolo avevamo analizzato l’andamento delle elezioni per l’Assemblea Costituente del 1946 a Potenza Picena.
Ora analizziamo il risultato delle elezioni politiche del 18 aprile 1948, che sono state il trionfo della lista della Democrazia Cristiana anche a Potenza Picena, non solo a livello nazionale.
In quell’anno Sindaco di Potenza Picena era il comunista Antonio Carestia, eletto nel 1946.
Alla Camera dei Deputati si erano presentate a queste elezioni politiche ben 9 liste.
Il trionfo della Democrazia Cristiana a livello locale è stato molto netto, con 3.466 voti pari al 58,90%, il Fronte Democratico Popolare, comunisti e socialisti uniti sotto il simbolo di Giuseppe Garibaldi con la stella, ha ottenuto solo 1.543 voti pari al 26,22%, meno della metà dei voti della DC. Il resto del risultato elettorale è suddiviso tra le altre 7 liste che si erano presentate, dove spicca il buon risultato del Partito Repubblicano, con 448 voti, pari al 7,61% e quello di Unità Socialista, con il simbolo del sole nascente ed il cui leader era a livello nazionale Giuseppe Saragat, con 172 voti pari al 2,92%.
Gli elettori iscritti a Potenza Picena erano 6.226 ed hann05-fronte-democratico-popolare-votateo votato in 5.958, pari al 95,69%, un vero record. Ci sono state 52 schede nulle e 52 schede bianche. A livello nazionale la DC, sempre alla Camera dei Deputati ha ottenuto 12.741.299 voti pari al 48,50%, mentre il Fronte Democratico Popolare 8.137.047, pari al 31%.
Per quanto riguarda le preferenze per i candidati della DC a Potenza Picena il maggior numero le hanno ottenute Maria Pucci, 203, ed Alessandro Arcangeli, sempre 203, poi Fernando Tambroni, 137, Giorgio Tupini 90, Umberto Delle Fave, 58, Danilo De Cocci, 26.
Il risultato elettorale del 1948 a favore della DC locale è stato l’anticamera della successiva vittoria alle elezioni amministrative del 1951, dove la DC con i suoi alleati ha vinto sulla sinistra, eleggendo Sindaco il dott. Nazzareno Riccobelli, anche se il più votato della lista della DC è stato il prof. Marcello Simonacci di Recanati, il cui padre Abele era di Potenza Picena. Marcello Simonacci successivamente, nel 1958 diventerà Deputato della DC, eletto in un collegio di Roma. Proseguirà la sua carriera di Deputato fino al 1976, ricoprendo nel Governo Andreotti anche il ruolo di Sottosegretario alla Marina Mercantile per un anno, dal 30/6/1972 fino al 7/7/1973.
tambroni-fernandoIl dott. Nazzareno Riccobelli lascerà la carica di Sindaco dopo 11 mesi (giugno 1951 – maggio I952), per motivi di lavoro in quanto dovrà trasferirsi a Taranto. Al suo posto è stato eletto Sindaco il maestro Lionello Bianchini, che ricoprirà questo ruolo per tutta la legislatura, riconfermato poi nel 1956 fino al 1960.

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a cura di Simona Ciasca e Paolo Onofri

Nazzareno Riccobelli

Dott. Nazzareno Riccobelli.

Dopo le elezioni amministrative del Giugno 1951 che hanno visto la vittoria della Democrazia Cristiana con i suoi alleati e la sconfitta del Fronte Popolare, formato da Comunisti e socialisti, è stato eletto Sindaco di Potenza Picena per la Democrazia Cristiana il dott. Nazzareno Riccobelli.
Il suo è stato un brevissimo mandato, dal Giugno 1951 fino al mese di Maggio 1952, quando si è dimesso da Sindaco ma non da consigliere comunale. Al suo posto è stato eletto sindaco il maestro Lionello Bianchini, che poi ha concluso il mandato regolarmente fino al 1956 ed è stato poi rieletto Sindaco dal 1956 fino ai 1960.
Nel 1951 insieme al dott. Nazzareno Riccobelli sono stati eletti consiglieri comunali per la maggioranza il prof. Marcello Simonacci, che poi diventerà nel 1958 Deputato della Democrazia Cristiana, Grandinetti Ado, Mazzarella Alessandro, Pasquali Silvio, Zallocco Alessandro, Bianchini maestro Lionello, Rossi dott. Umberto, Pescetti Antonio, Piersanti Giuseppe, Cecarini Giacomo, Rinaldoni Rinaldo, Paniconi Orlando, Valentini Gildo, Solanelli dott. Gaetano e Zucchini Gildo. Per la minoranza sono stati eletti Carestia Antonio, già Sindaco di Potenza Picena dal 1946 fino al 1951, Giuseppe Ricciardi, Giuseppe Fusari e Nazzareno Doffo.
Gli assessori effettivi erano Bianchini Lionello e Grandinetti Ado, quelli supplenti Mazzarella Alessandro e Solanelli dott. Gaetano.
Il motivo delle dimissioni da Sindaco del dott. Nazzareno Riccobelli erano solo di natura lavorativa, in quanto doveva andare a lavorare come chimico all’Arsenale Militare di Taranto.
Ma chi era Nazzareno Riccobelli?

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Nato a Potenza Picena il giorno 11/11/1921 da Serafino e da Maria Ceccotti in Via Buonaccorsi n° 93, aveva altre tre sorelle, Maddalena, che sposerà Ermanno Sargentoni, Laura, che sposerà Nando Scataglini e Giovanna, che sposerà Gabriele Guerrini. Ha frequentato le scuole elementari locali con le maestre Giulia Marconi ed Elide Sensini e con il maestro Azzolino Clementoni e tra i suoi compagni di classe troviamo Igino Ceccotti, Ado Grandinetti, Manlio Grandinetti, Oliviero Grandinetti, Giuseppe Orselli, Ermanno Pupitti, Antonio Bernacchia, Giuseppe Borroni, Norberto Paolucci, Luigi Percossi e Gabriella Clementoni.
Successivamente ha studiato presso il Seminario di Fermo, per uscirne e frequentare il Liceo Classico di Recanati, infine si è laureato in chimica industriale all’Università di Bologna. Ha lavorato come chimico per l’Arsenale Militare a La spezia, Taranto, Torino e Milano.
Si è sposato a Taranto il giorno 9/7/1962 con la sig.ra Angela Natali ed hanno avuto due figli, Francesco e Maria Rita. E’ morto in Ancona il giorno 18 Gennaio del 1973 ed è sepolto presso il nostra Cimitero del Capoluogo.
Con questo articolo, grazie alla disponibilità della sorella di Nazzareno, Laura Riccobelli, che ringraziamo, vogliamo che la nostra comunità ricordi questo sindaco di Potenza Picena, anche se lo è stato per pochi mesi.

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